La tartaruga di Numbelan

La tartaruga di Numbelan, antico racconto dell’Africa precoloniale, passato di bocca in bocca ad orecchio ad orecchio, e per tantissime e  diverse generazioni, è un soggetto-protagonista nella narrazione odierna non molto diverso da quelli che ci sono stati proposti,a suo tempo, da Esopo, il favolista greco o da Fedro, l’autore latino.

Foresta,allora, leggi uguale nostro “mondo” complesso.

Leopardo, uomo arrivato e benestante, che può usare la propria forza economica e di prestigio sociale, come e quando vuole.Per aggredire, sottomettere e addirittura talora uccidere.

Avvoltoio, classico “clientes”  di ieri, oggi e domani. Figura intramontabile. Leccapiedi e sopratutto parassita.

Tartaruga, persona comune, che vive consapevole di non potersi mai realizzare attraverso grandi “imprese”, che si accontenta del poco che ha e che vive sostanzialmente serena.

Ebbene, tantissimi anni fa, in una foresta appunto dalle parti  della terra di Numbelan, intricatissima quanto a vegetazione e molto ricca di specie animali, un leopardo annoiato e un avvoltoio scroccone si trovarono, non troppo per caso, ad intavolare una discussione piuttosto animata.

L’oggetto del discutere era la squisitezza della carne di tartaruga, sconosciuta tuttavia alle papille gustative del terribile felino, che pure aveva al suo attivo una lunghissima carriera di  predatore di tutto rispetto.

L’avvoltoio, infatti, che sopravviveva con resti che i predatori lasciavano sul terreno dopo aver sbranato la propria vittima, cercava di fare assolutamente opera di convincimento perchè il leopardo, un po’ sordo alle sollecitazioni, si convincesse ad aggredire e ad uccidere la tartaruga ,per assaggiarne la bontà delle carni.

E lo faceva,portando la testimonianza di un  suo cugino, il marabù,ovvero il più grande predatore di tartarughe della zona.

Lasciatosi convincere, alla fine il leopardo e la tartaruga si trovarono davvero uno dinanzi all’altra per dare inizio alla subdola e macabra sfida.

Ma la tartaruga, piccola ed indifesa per quanto potesse essere di fronte al  gigantesco felino, una cosa l’aveva ben chiara nella mente e nel suo piccolo cuoricino.

“In foresta, è noto, vige la legge del più forte e non sempre si riesce a sottrarsi al proprio destino -ripeteva a se stessa la malcapitata –  specie quando l’attacco è di forze impari”.

“Allora meglio accettare gli eventi,  però…”

Con la scusa di compiere un” suo” rito, la tartaruga cominciò  a saltare in ogni dove con balzi frenetici e a scavare buche.

E lo fece per un bel po’ di tempo.

E il leopardo osservava la scena …stupito.

Anzi le chiedeva :”Perché fai questo, invece di risparmiare le tue forze in vista della fine ?”.

E la tartaruga a lui :” Non c’è tempo adesso per le chiacchiere ,passiamo piuttosto ai fatti . Facciamo ciò che si deve!”.

E così fu.

Il leopardo-si raccconta-  alzò la zampa, afferrò l’avversaria , che fu subito presa prigioniera e che  si spense all’istante  senza soffrire.

La favola insegna che bisogna saper accettare il proprio destino ma cercare, fino all’ultimo, di vivere la vita nel modo migliore possibile.

Ossia… lasciando tracce e testimonianze del proprio “passaggio”, modeste per quanto  esse possano essere.Non importa.

Ma qualcuno maliziosamente potrebbe  anche aggiungere ,in coda, che certamente è così… se “apparire” conta più di “essere”.

E magari non avrebbe torto. O forse… sì ?

Fonte: Jambo Africa – 25 settembre 2011

Autrice: Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

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