Sconfiggere l’oncercosi è importante per l’Africa

Filaria onchocerca volvulus

Sono 18 milioni le persone colpite da questa infezione agli occhi: 800 mila quelle con difetti alla vista e 270 mila quelle diventate cieche per colpa della malattia. Ma la cura c’è

In Africa e America del Sud ci sono cento milioni di persone che rischiano di non vedere più la loro terra. E l’emigrazione non c’entra. È colpa del fiume che, come si dice da quelle parti, «mangia gli occhi». Si chiama oncocercosi, o cecità fluviale, una terribile malattia che in Africa, ma anche in molti Paesi dell’America centrale e del sud, ha già colpito 18 milioni di persone, provocando difetti alla vista a 800 mila e rendendone cieche 270 mila. Ma sono cento milioni quelli che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono a rischio di contrarre l’infezione.

A livello mondiale l’oncocercosi è la seconda causa di cecità di origine infettiva. La malattia è provocata da un parassita filariforme, l’Onchocerca volvulus, ed è trasmessa all’uomo dalla puntura di una piccola mosca nera che vive soprattutto in fiumi dallo scorrimento veloce. Nei villaggi più a rischio si viene circondati da nugoli di mosche che arrivano a pungere fino a 10.000 volte al giorno. Le larve, una volta nel corpo dell’uomo, migrano verso l’occhio per poi morire lì, provocando infiammazioni e cicatrizzazioni che provocano disabilità visive e cecità.

L’aspettativa di vita di una persona che diventa cieca in aree endemiche può essere ridotta di circa dieci anni.

Ma sconfiggere la malattia è possibile, come spiega Gian Luca Laffi, oculista e presidente di Amoa onlus, l’Associazione medici oculisti per l’Africa: «In Africa la cecità si può vincere. Ridare la vista significa ridare la vita. Un obiettivo raggiungibile purché cambi radicalmente il modello di intervento assistenziale.

È arrivato il momento di applicare anche in campo medico e nello specifico a quello oculistico, il modello vincente già usato per l’agricoltura: non bisogna solo portare grano in Africa ma mettere in condizione gli africani di coltivare. Così non bisogna limitarsi ad andare in questi Paesi, curare i malati e tornare a casa, ma occorre formare personale locale, allestire ambulatori, sale operatorie oculistiche e laboratori di ottica integrando il progetto con il sistema sanitario locale.

E per fare tutto questo occorre soprattutto che le Associazioni che operano sul territorio siano in collegamento tra di loro, costituiscano una rete in modo da non disperdere le forze e realizzare un progetto organico e articolato». Proprio con questo obiettivo l’Amoa ha deciso di organizzare il primo Forum sociale sulle malattie oculari nei Paesi in via di sviluppo che si è tenuto a Bologna l’11 giugno.

La speranza concreta di sconfiggere la malattia poggia sulla disponibilità di un farmaco, il mectizam (ivermectina), l’unico che si è dimostrato efficace nella lotta all’oncocercosi e alla filariasi linfatica. E che non è in commercio. Già perché la multinazionale che lo produce, la Merck (Msd), dal 1987 lo distribuisce gratuitamente e continuerà a farlo finchè la malattia sarà eradicata.

L’obiettivo è di riuscirci entro il 2020. Ed è un obiettivo raggiungibile se si pensa che nel 2007 la Colombia è stato il primo Paese ad avere sconfitto la malattia e che l’Ecuador ha raggiunto lo stesso risultato pochi mesi fa. «Continueremo a rispettare l’impegno preso nel lontano 1987 e a donare mectizan a tutti coloro che ne hanno bisogno fino a quando questa devastante malattia non sarà eliminata in tutti e 33 i Paesi nei quali è endemica» assicura Pierluigi Antonelli, presidente e amministratore delegato di Msd Italia.

Il Mectizan Donation Program «ha cambiato la storia della medicina – aggiunge Antonelli – diventando il modello di intervento che conosciamo oggi. Quest’esperienza ci insegna che nessuno può affrontare da solo un problema di sanità pubblica tanto vasto e che unicamente sfruttando le competenze e le risorse dei settori pubblico e privato, possiamo assicurare che più di 100 milioni di persone ricevano mectizan ogni anno. Grazie alla preziosa collaborazione dei Governi e soprattutto al considerevole impegno di tutte quelle associazioni di medici e volontari che operano in condizioni estremamente difficili, milioni di vite sono state salvate. E milioni se ne salveranno fino a che la cecità fluviale non diventerà una malattia del passato».

Fonte: Focus Salute12 giugno 2011

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