Cartoline dal Marocco: l’hammam

L’hammam è il bagno termale pubblico marocchino: è un luogo senza tempo, dove l’acqua calda e il vapore rievocano il ventre materno, e l’assoluta quiete ad esso connessa. Qui si lava il corpo per rigenerare lo spirito.

L’hammam è un viaggio dentro se stessi, è imparare ad ascoltare il proprio corpo. Si può richiedere anche un massaggio: quello per le donne è dolce e delicato, mentre per gli uomini è più forte; distesi sul pavimento i muscoli vengono sciolti con movimenti e contrazioni vecchi di secoli. È un’esperienza forte, non per tutti forse, ma indimenticabile.

Esistono vari tipi di hammam. Quelli nei riad sono più lussuosi, accessibili da ambo i sessi, ma inequivocabilmente approntati per lo specifico uso dei turisti; qui non si incontrano marocchini. I bagni autentici, invece, sono difficili da trovare: le insegne sono soltanto scritte in arabo, i locali sono accessibili da parte di uomini e donne ma in orari diversi, e probabilmente qui non si incontra nessun occidentale.

Il consiglio è quello di farsi accompagnare da un locale: per questo servizio siamo stati accompagnati da Jenno, titolare anche di un locale alle porte della Medina, che ha saputo trasformare il nostro incontro una un’istantanea amicizia e in un’esperienza intensa.

Una volta dentro, ci si cambia in uno spogliatoio e si entra nella sala da bagno in costume o in mutande. Il calore e l’umidità sono intensi: ci si siede a terra, all’interno di piccoli séparé; due vecchi secchi vengono riempiti di acqua a temperature diverse, e con appositi saponi profumati ci si lava il corpo, i capelli invece con una mistura di argilla profumata, mentre una spugna quasi abrasiva viene usata per sfregare energicamente la pelle. Dal bagno turco si esce morbidi, rigenerati: ci si sente puliti dentro e fuori, per l’alto valore evocativo suggerito dal luogo.

A chi si avvicina all’esperienza con un approccio schizzinoso consigliamo tuttavia l’hammam più turistico, che rimane piacevolissimo e rigenerante ma anche più asettico. In questo caso, probabilmente, si perde in qualche misura il valore esperienziale, storico e antropologico dell’autentica tradizione.

Fonte: EV Magazine – 2 marzo 2011

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