L’Africa di Gianni Carrea mette in mostra tutte le anime della Savana

L’Africa, per lui, non è «solo» meta di viaggio prediletta ma autentica dimensione esistenziale. Da esplorare, scrutare, vivere e poi, una volta tornato a Genova, lasciar decantare tra ricordo e immagini per esperirla, allora sì pienamente, nella sua ricerca pittorica.

È con questo pensiero che ci accostiamo alle opere di Gianni Carrea (Serravalle Scrivia, 1942) ordinate in una mostra antologica che apre i battenti sabato 7 maggio a Savona nella Fortezza del Priamar.

Qui, fino al 29 maggio (tutti i giorni, escluso il martedì, ore 10.30-17.30) le Cellette di Palazzo della Sibilla «diventano ognuna teatro di una mostra dentro la mostra» spiega Carrea.

Le oltre settanta opere selezionate da Germano Beringheli e Luciano Caprile, curatori dell’esposizione, si articolano, infatti, assecondando il ritmo dell’indagine condotta dall’artista dagli anni Ottanta a oggi, svelando passo dopo passo le ragioni profonde del titolo della mostra «Io e l’Africa».

È qui che Carrea, che ad agosto vi tornerà per la novantesima volta, ha maturato la sua passione per la figura, in particolare del mondo animale. Un interesse evidente già negli anni Settanta, quando per una mostra alla Galleria Rotta aveva sperimentato l’imprinting di Lorenz su anatre e oche con un intervento concettuale, poi seguito da un ciclo di opere che mettevano in guardia dalle sirene della tecnica confrontando animali «naturali» e ibridati con pezzi di transistor sullo sfondo di ipotetiche scale evolutive.

Da allora la ricerca di Carrea si è arricchita di nuove istanze condensandosi nella pittura. Ed ecco al Priamar aquile, bufali, elefanti, giraffe, gorilla, leoni, leopardi ma anche tante figure umane: creature, tutte, che respirano e si muovono sullo stesso orizzonte visivo e semantico perché l’ordine del mondo per Carrea è quello del rispetto e dell’unicità della vita.

Il soggetto non è tale perché protagonista del proprio esistere, al riparo da ogni giudizio o esotismo. È colto subito nell’immagine fotografica, primo passo verso l’opera che trova esito più tardi, quando questo appunto visivo approda su tela in una pittura attenta e generosa. Il segno di Carrea, più volte definito iperrealista, non appartiene a un ordine tecnico ma morale: la pittura raggiunge quanto negato da pixel e inquadratura in un esercizio conoscitivo.

L’artista non concede alla tecnica di rifugiarsi in una torre d’avorio e la invita a essere ventre di una visione portatrice di senso. Per questo abdica alla narrazione in favore della fissità: il movimento si cristallizza per concedere la contemplazione di figure maestose dallo sguardo fiero, colte in un momento quotidiano oppure in un doppio registro, tra finito e non-finito.

Lo spettacolo è quello della vita, che si accende in un colore meditato, ora fedele adesso onirico, ma che dichiara sempre la propria verità. Così dopo il successo della mostra «Due genovesi in Africa», che ha visto Carrea insieme all’amico Fernando Galardi al Museo di Storia Naturale di Genova lo scorso ottobre, questa esposizione è l’occasione per rintracciare le fila di un discorso d’arte e di vita, di visione ma ancor più di emozione e conoscenza.

Fonte: ilgiornale.it6 maggio 2011

Autore: Luisa Castellini

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