Costa d’Avorio: Good guy vs Bad guy?

Laurent Gbagbo

Le elezioni presidenziali della fine dello scorso novembre avrebbero dovuto rappresentare l’ultima tappa del tormentato percorso di transizione seguito alla guerra civile del 2002. Originariamente previste per l’ottobre del 2005, anno della scadenza formale del mandato del Presidente Laurent Gbagbo, le consultazioni hanno subìto numerosi rinvii. Dilazioni che hanno posticipato il termine dell’evento che avrebbe dovuto testare lo stato del lungo processo di crisi politico-militare ivoriana.

Da inizio anno, invece, il Paese è ripiombato in una situazione della quale si aveva fresca memoria. Una rapida evoluzione di eventi che, con l’arresto di Gbagbo, potrebbe ancora non dirsi conclusa. Il conflitto si è radicato lentamente negli anni e non ha faticato a riemergere nell’imminenza del caos seguito alle elezioni. Si tratta di una scia di violenza catalizzata nello scontro tra due presidenti e che ha radici molto lontane.

Dopo il ritardo nell’annuncio dei risultati elettorali da parte della Commissione Elettorale Indipendente (CEI), il Consiglio Costituzionale presieduto da Paul Yao N’Dre – uomo vicino a Gbagbo – aveva dichiarato invalido l’esito delle votazioni. Il giorno successivo, il Consiglio aveva proceduto all’annullamento dei risultati di nove distretti del nord, consegnando la vittoria al Presidente uscente con il 51,45% dei voti. Alassane Ouattara, il candidato sostenuto dalle forze che durante la guerra civile del 2002-03 si opposero a Gbagbo, era stato intanto dichiarato vincente con il 54% dei voti dalla CEI.

Il leader era quindi stato riconosciuto dalla gran parte della comunità internazionale come Presidente legittimo, in quanto eletto sulla base di elezioni certificate come regolari dall’UNOCI. Nonostante questo, entrambe, avocando a sé una vittoria legittima,  avevano prestato giuramento in cerimonie separate e nominato i rispettivi governi.

Il grave impasse aveva costretto la diplomazia africana regionale e continentale ad una rapida presa di posizione. La Economic Community of West African States (ECOWAS), dopo aver sospeso la Costa d’Avorio dall’attività dell’organismo regionale, era giunta a minacciare Gbagbo di ricorrere alla forza in caso di mancata accettazione della sconfitta elettorale; una possibilità che Gbagbo aveva rigettato al grido di un “western plot directed by France“.

La minaccia dell’ECOWAS si era tuttavia rivelata presto poco credibile. Il Ghana, il Gambia, la Liberia e la Sierra Leone avevano prontamente manifestato la propria contrarietà all’ipotesi di un intervento; e la stessa Nigeria, la principale potenza regionale, aveva già conosciuto in passato i rischi derivanti da un coinvolgimento militare regionale. Rischi da evitare soprattutto in una fase così delicata del proprio percorso politico.

L’incertezza era quindi stata risolta con l’appello lanciato al CdS delle Nazioni Unite da parte del presidente dell’ECOWAS Victor James Gbeho. Si chiedeva un rafforzamento del mandato ONU nel Paese e una stretta sulle sanzioni contro Gbagbo e i suoi sostenitori. Anche l’Unione Africana intanto, dopo la fallita mediazione di Thabo Mbeki e di altri interlocutori, aveva preso posizione il 10 marzo, riconoscendo Ouattara come legittimo Presidente.

La crisi ivoriana del 2002 era stata fin qui congelata in una situazione di “neither peace nor war” preservata con il sostegno dell’operazione di peacekeeping UNOCI e dell’operazione Licorne, missione francese dispiegata in Costa d’Avorio dal 2002. La “zone de confiance” – istituita per tamponare le forze ribelli del nord – aveva condotto ad una divisione de facto del territorio ivoriano. Un nord controllato dalle Forces Nouvelles, guidate da Guillame Soro, e un sud sotto il controllo governativo delle Forces Armées de la Cote d’Ivoire (FANCI) fedeli a Laurent Gbagbo. Nei fatti, una situazione bloccata artificiosamente da un interevento esterno, che i successivi tentativi diplomatici a più livelli non avrebbero potuto o saputo superare.

Gli accordi di Linas-Marcoussis condotti dalla Francia, quelli di Accra II e III, il tentativo di mediazione sud africano e gli accordi politici di Ouagadougou (APO) del 2007 hanno ottenuto scarsi risultati. Anzi, di fatto, gli interessi economici e politici delle due parti sono sembrati essersi ulteriormente radicati, avendo queste tratto vantaggio dalla lentezza del processo di pace.

Infatti, nonostante l’apertura della politica del “dialogo diretto” tra il campo presidenziale ed i ribelli del nord nel 2007, e la formazione di un governo di transizione guidato da Soro rappresentativo di tutti i partiti ivoriani, lo stallo non è stato superato. E, tanto meno, si è vista l’implementazione dei principali punti dell’accordo APO. Il programma di disarmo, smobilitazione e reintegro degli ex combattenti nella società non ha mai preso realmente avvio e lo smantellamento della “zone de confiance” nel 2007, non si è tradotto in una riunificazione effettiva del Paese.

La questione dell’identità nazionale rimane al centro della divisione tra un sud lealista e un nord sostenitore di Ouattara. Il concetto di ivoiritè, originariamente forgiato da Henri-Konan Bédié al fine di tenere lontano dalla partita presidenziale l’avversario Ouattara – nato nel nord e di origine burkinabé – trovò sanzione formale nel codice elettorale del 1994. L’intento era quello di limitare le condizioni di eleggibilità per la carica presidenziale a chi dimostrasse di avere comprovate origini ivoriane.

Una discriminazione che sarebbe stata formalmente superata soltanto sul finire del 2005 grazie alla mediazione di Mbeki. Intanto, però, anche i successori di Bédié, Robert Guei e Laurent Gbagbo, avevano, con toni diversi, continuato a giocare la carta etnica a proprio vantaggio.

Il processo di “politicizzazione dell’etnia” aveva inoltre trovato terreno fertile nella situazione di profonda crisi economica che aveva attanagliato alla fine degli ’80 la (un tempo) fiorente economia del colosso del cacao. Una convergenza di elementi che ha avuto come conseguenza la diffusione di una crescente diffidenza e ostilità tra gli ivoriani del sud e del nord, quest’ultimi, in gran parte, cittadini immigrati dai vicini Paesi durante il primo periodo di prosperità.

Oggi, la conquista di Abidjan – capitale economica del Paese e ultimo baluardo del potere di Gbagbo – può dirsi ormai conclusa con la capitolazione dell’ex Presidente. Adesso il Paese dovrà fare i conti con un processo di pacificazione mai concluso; un (ex)leader destituito con la forza ma ancora largamente sostenuto; una situazione economica erosa dall’isolamento imposto dalle sanzioni; nonché una dimensione regionale resa ancor più fragile dall’esodo di migliaia di ivoriani.

A ciò si aggiungano le conseguenze che l’intervento francese a sostegno dell’ONUCI potrebbe portare con sé; Gbagbo ha da sempre fortemente insistito sulla complicità delle potenze occidentali dietro il sostegno di Ouattara. C’è quindi il rischio che si assista al rinfocolamento della retorica sulle velleità neocolonialiste della Francia. Sebbene le forze onusiane abbiano più volte affermato che l’obiettivo della missione non fosse la cattura di Gbagbo, è facile credere che le truppe a quest’ultimo fedeli abbiano avuto tutt’altra percezione. In effetti, nonostante Ban Ki-moon e il Presidente Sarkozy abbiano tenuto a ribadire l’imparzialità dell’azione congiunta e il non sostegno alle forze di Ouattara, l’intervento ha sollevato non poche riserve.

Ma quel che al momento solleva le più gravi preoccupazioni è il processo di attribuzione delle responsabilità per i feroci massacri perpetrati contro la popolazione civile. Se, in un primo momento, si è additato i Jeunes Patriotes di Charles Blé Goudé al soldo di Gbagbo come i principali artefici, le ultime documentazioni potrebbero compromettere la reputazione di Ouattara e delle sue forze.

Non solo. Si rischia di mettere in una posizione scomoda anche i suoi più strenui sostenitori internazionali, in testa la Francia. Ouattara, che si è già detto pronto a favorire un profondo processo di riconciliazione, sa bene che la caduta di Gbagbo è solo l’inizio. Dovrà presumibilmente fare i conti con le richieste avanzate dalle sue forze in cambio del sostegno a lui prestato (forse soldi, potere, immunità?). Dovrà presumibilmente sostenere la presenza di una forza di opposizione armata a lui ostile. Ma, soprattutto, dovrà fare i conti con la consapevolezza della fragilità della sua posizione. Senza un intervento esterno, l’esito del confronto avrebbe potuto esser diverso. E Ouattara lo sa bene.

Il Presidente, che ha ottenuto il potere nelle stesse “calamitose” condizioni del suo predecessore, dovrà adesso affrontare i punti irrisolti di una transizione mai conclusa. Una situazione nella quale la retorica costruita intorno all’idea del “bad guy” vs “good guy” rischia di fornire nuove pericolose categorie di identificazione.

Photo Credit: United Nations Photo/ Flickr CC

Fonte: Meridiani Relazioni Internazionali13 aprile 2011

Autore: Martina Sogni

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