L’uomo che cura gli occhi dell’Africa

Roberto Carnevali_Oculistica_Burundi

«Un’esperienza importante sia sotto il profilo umano che professionale». E’ così che Roberto Carnevali, referente dell’Unità operativa di Oculistica della casa di cura Città di Parma, definisce la missione umanitaria alla quale ha di recente preso parte che lo ha condotto in Burundi, un piccolissimo stato al centro dell’Africa.

«Il Burundi è uno stato grande circa quanto la Lombardia e ha lo stesso numero di abitanti e occupa uno degli ultimi posti nell’elenco delle nazioni riguardo al reddito pro capite. L’assistenza sanitaria in questo Paese è molto carente anche per gli standard africani, impensabile agli occhi di un occidentale – sottolinea Carnevali -.

Per aiutare la popolazione quindi dagli anni ’60 a Kiremba, nel Nord del paese, è in funzione una missione, gestita dall’Ascom (Associazione di cooperazione missionaria) in collaborazione con la diocesi di Brescia, con annesso un ospedale con reparti di Chirurgia, Ortopedia ed Ostetricia, che rappresenta una realtà molto importante per la zona. Ci sarebbe l’intento di avviare anche una attività di Oculistica, soprattutto chirurgica, che è praticamente assente in tutto il Burundi.

Per questo io, un collega oculista, Vincenzo Miglio, e l’infermiera professionale Chiara Arrigoni, entrambi di Brescia, ci siamo recati a Kiremba e siamo stati i primi a cominciare a svolgere una attività sanitaria oculistica. La nostra missione dovrebbe essere la prima di una serie di viaggi compiuti da equipe diverse, che in futuro si dovrebbero alternare per garantire un minimo di continuità assistenziale. In questa missione mi sono trovato ad affrontare patologie di una gravità tale che in tutta la mia carriera professionale non avevo mai visto».

Una missione che ha richiesto una notevole capacità di adattamento e di iniziativa personale con una buona dose di spirito di avventura. «In pratica tutto è stato portato dall’Italia, sono state inviate attrezzature e siamo partiti con le valigie piene di farmaci e di ferri chirurgici, mentre gli indumenti e gli effetti personali erano ridotti al minimo indispensabile – spiega Carnevali -.

Una volta sul posto, anche se nessuno si era fatto illusioni, ci siamo trovati una situazione anche peggiore di quella che ci aspettavamo e tutto è stato affidato all’ingegno e allo spirito di iniziativa. In pratica la nostra era l’unica attività oculistica presente, senza alcuna possibilità di rivolgerci ad un centro più attrezzato a cui inviare pazienti e tutto doveva essere affrontato facendo affidamento solo sulle nostre forze.

In pratica i pazienti che avevamo di fronte potevano contare solo su di noi senza alternative e sia noi che loro ne eravamo bene coscienti. Il bilancio dell’esperienza comunque è certamente positivo e penso di ritornare in futuro in Burundi per continuare il lavoro che ho iniziato e per vedere l’evoluzione di questa realtà».

Fonte: gazzettadiparma.it28 marzo 2011

Autore: Federica Panicieri

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