Italia e Corno d’Africa – Guerra globale al terrorismo

Per comprendere gli sviluppi che si sono susseguiti nel Corno d’Africa all’indomani dell’11 settembre, nell’ottica della prospettiva italiana, è necessario fare una breve digressione sul decennio che ha preceduto quello della guerra globale al terrorismo, in questo modo sarà possibile cogliere le differenze.

Gli anni novanta si rivelarono particolarmente difficili per il mantenimento della nostra influenza sul Corno d’Africa, sia per cause endogene alla regione (come ad esempio i vari scandali legati alla cooperazione allo sviluppo), sia per eventi esogeni alla stessa (ad esempio l’attigua crisi nei Balcani). L’opportunità di un nuovo ritorno, volto a tentare di gestire l’ennesima situazione di incandescenza in quell’angolo di mondo, avvenne  in occasione dello scoppio della guerra etiopico – eritrea.

Questo conflitto che, in quanto guerra fra Stati si distinse da molti altri che travagliavano l’Africa, vide il governo italiano in prima linea nel tentativo di mediare tra le due parti. Il pretesto alla base dello scontro era proprio la delimitazione del confine tra Etiopia ed Eritrea che risaliva allo spazio determinato dall’insediamento del colonialismo italiano, stabilito da un accordo tra Roma e Addis Abeba nel 1902.

L’Italia si sentì in qualche modo responsabile del conflitto in corso e si offrì per il negoziato. Il sottosegretario per gli Affari Africani Rino Serri venne inviato in loco, per cercare di dare una svolta alle trattative che già Stati Uniti ed Uganda avevano tentato di intavolare, senza però ottenere esito positivo. Il governo italiano si attenne, per quanto possibile, ad un atteggiamento di neutralità, cercando di considerare tutti gli aspetti che potevano creare astio tra Addis Abeba e Asmara (tra cui anche la questione della valuta utilizzata in Eritrea), adottando quindi un approccio più olistico alla mediazione rispetto a quello statunitense, risultato parziale.

Rino Serri si impegnò in una “diplomazia della navetta” tra le due capitali, che si concluse con la stipulazione di un cessate il fuoco (il 18 giugno 2000), con la firma dell’accordo di Algeri (che avrebbe delegato ad un arbitrato la determinazione dei confini) e con l’invio di una missione di monitoraggio delle Nazioni Unite (UNMEE) sul confine tra i due Paesi.

Gli eventi del conflitto tra Eritrea ed Etiopia hanno rafforzato l’idea che la diplomazia italiana nel Corno possa fare la differenza grazie al “fattore umano”  dei suoi mediatori, piuttosto che all’effettivo ricorso a meccanismi istituzionalizzati di politica estera.

Il rinnovato protagonismo italiano nell’area, sul finire del millennio, è riscontrabile anche nel Libro Bianco del 2000 del Ministero degli Esteri, che sottolinea il ruolo dell’Italia nella risoluzione delle crisi nel Corno d’Africa, definito un’area prioritaria. Nel documento si rilevano, pertanto, l’impegno dell’Italia nel favorire una composizione del conflitto fra Etiopia ed Eritrea, l’azione di sensibilizzazione condotta nei confronti della Comunità internazionale in favore della Somalia e la capacità di Roma di facilitare il processo di pace in Sudan.

Il rinnovato status italiano nel Corno d’Africa subirà però gli effetti dello stravolgimento del sistema internazionale a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001. Con l’avvento della guerra globale al terrorismo, l’Italia sarà costretta a fare i conti con il rinnovato ruolo egemone americano. Avendo preso parte alla coalition of willings, i governi italiani si sono visti indicare l’agenda da perseguire direttamente da Washington, orientata all’unilateralismo più sfrenato.

Proprio per questo motivo, pur a fronte di azioni rivolte alla regione di nostro interesse, con la probabilità che la Global War On Terror (GWOT) si estendesse anche alla Somalia, gli Stati Uniti non consultarono, apparentemente, l’Italia.

Roma, nel frattempo, aveva aumentato i propri sforzi per tentare di trovare una soluzione alla situazione somala. Essendo stata tra i partners e sostenitori della conferenza in Kenya che riuniva centinaia di esponenti della società della Somalia, Roma cercò, anche sotto la spinta delle autorità somale, di intraprendere un’azione più diretta nella pacificazione del Paese. E’ in questo senso che deve essere vista la nomina di Mario Raffaellicome inviato speciale per la Somalia del governo italiano.

La soluzione al problema venne trovata, per l’appunto, a termine della conferenza keniota, con l’elezione nel 2004 di Ahmed Yusuf – già capo del Puntland – alla presidenza del governo federale di transizione (TFG),. Yusuf era stato tra coloro che non avevano riconosciuto il precedente governo di transizione nazionale. Proprio per questo motivo, gli Etiopi (in buoni rapporti con la regione da lui governata) premevano affinché egli divenisse il Presidente somalo, proprio per riconciliare la vecchia guardia con coloro che non ne riconoscevano l’autorità. Questo escamotage permetteva ad Addis Abeba di posizionare un uomo di sua fiducia al governo della Somalia. La mancata volontà del neo eletto presidente di ampliare la base del consenso e l’intento di irrigidirsi su posizioni in aperta antitesi con gli oppositori fecero peggiorare la situazione dei combattimenti, specie a Mogadiscio.

Tale situazione, degenerata nel caos, fece emergere una organizzazione fino ad allora rimasta nell’ombra: l’Unione delle Corti Islamiche. Benché la società somala non fosse incline alle idee islamiche, essa si trovò a simpatizzare per l’islamizzazione, grazie al quale avrebbe potuto superato l’unico criterio “legale” vigente sino a quel momento: la legge del più forte.

L’ascesa di un movimento di matrice islamica rappresentò per Etiopia e per Stati Uniti in testa l’occasione attesa per dimostrare al mondo la veridicità dello loro opinioni circa la situazione in Somalia. Yusuf, spalleggiato da Washington e Addis Abeba, si dimostrò immediatamente duro con le Corti, che  per risposta dichiararono la guerra santa contro l’Etiopia. Nel mezzo rimasero l’Italia e l’Unione Europea, che tentarono fino all’ultimo un negoziato, apparso immediatamente poco realizzabile. Mario Raffaelli da subito espresse parere negativo per un intervento.

La situazione precipitò ai primi di dicembre, quando l’assistente del Dipartimento di Stato per gli Affari Africani affermò che tra le Corti Islamiche vi fossero elementi di al Qaeda. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi il 6 dicembre 2006, votò la Risoluzione 1725, che autorizzò l’IGAD (Intergovenmental Authority on Development) e l’AU (African Union) a costituire una forza di protezione in Somalia, cercando in tale modo di evitare un diretto coinvolgimento etiope.

Il 13 dicembre l’Unione Europea, in un ultimo sforzo, tentò di far accettare l’esito della Risoluzione alle parti più intransigenti dell’Unione delle Corti Islamiche (Uic). A loro volta le Corti proclamarono un ultimatum all’Etiopia, concernente il ritiro immediato da tutta la Somalia. Questa scadenza non venne però rispettata e fazioni delle Uic attaccarono avamposti etiopici il 20 dicembre. A questo punto, Meles Zenawi, dopo aver ricevuto l’avvallo del parlamento, ordinò l’invasione della Somalia. In pochi giorni la superiorità militare dell’Etiopia ebbe la meglio, ed il 28 dicembre truppe etiopi entrarono e occuparono Mogadiscio: le Corti Islamiche si diedero alla fuga. Il governo federale di transizione, istituito dal 2004, entrò nella capitale per la prima volta.

Anche per la questione somala, dopo il naufragio della mediazione internazionale, sembrò che i principali donors avessero diminuito gli sforzi di un coinvolgimento più partecipato al processo di pace. L’iniziativa fu presa in mano dal Gibuti, sostenuta anche dall’amministrazione americana. Da questo processo emerse una nuova compagine di governo guidata dal già capo delle Corti Islamiche  Sheikh Sharif Ahmed,  che suggellò la mutata percezione della comunità internazionale verso quelle conformazioni islamiche per tanto tempo additate come estremiste.

Con l’avvento del terzo mandato di Silvio Berlusconi, ci fu un cambiamento di prospettiva da parte dell’Italia nel conflitto regionale nel Corno d’Africa. Innanzitutto non venne più istituita la figura del Sottotosegretario per gli Affari Africani, delega che è stata mantenuta dal Ministro degli Esteri Frattini. In secondo luogo il viaggio del capo della Farnesina, intrapreso dal 11 al 17 gennaio 2009 in Africa, ha delineato nuove prospettive, sia regionali che continentali.

La scelta dei Paesi visitati – Mauritania, Mali, Etiopia, Kenya, Uganda, Egitto e Tunisia – ha rispecchiato da un lato la continuità nel considerare importanti Paesi tradizionalmente rilevanti per gli interessi italiani (benché non sia stato incluso il Sud Africa – primo partner commerciale dell’Italia), ma dall’altro ha sottolineato l’allineamento verso l’orientamento strategico americano, che si è concentrato proprio su tali Paesi per lo sforzo di counterterrorism.

Roma e Washington perseguono ora gli stessi fini tra i quali l’antiterrorismo, la cooperazione allo sviluppo, la lotta alla pirateria. Ad essi manca però la contestualizzazione locale; la lente della guerra globale al terrorismo ha, infatti, deformato qualsiasi realtà regionale destrutturandola e privandola dei significati intrinseci di causa/effetto. Il rammarico per l’Italia, alla luce di una storica e profonda conoscenza della conformazione socio-politica del Corno d’Africa, è che questa uniformazione teorica in un momento di diversificazione pratica sia un’opportunità mancata di esercitare il proprio “peso determinante”.

Fonte: meridianionline.org18 marzo 2011

Autore: Samuele Dominioni

2 Risposte

  1. Gentile Massimo,
    ringraziandoti per aver riproposto un nostro articolo ti chiederei, senza voler creare troppo disturbo, di citare il link all’originale nella fonte.
    Cordialmente,
    Paolo Ganino
    mRI

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