Africa, ombelico del mondo


Il Continente è ricco di opportunità. Dei dieci Paesi cresciuti di più nell’ultimo decennio, sei parlano africano.

Continente nero ombelico del mondo. Non è un caso se una delle principali novità dell’ultima edizione del World Economic Forum tenutosi a fine gennaio a Davos (Svizzera), ha riguardato proprio il successo ottenuto dalle economie minori, considerate le ultime della classe, in particolare di quelle africane.

Secondo il settimanale The Economist, infatti, dei dieci Paesi cresciuti di più nel decennio 2000-2010, ben sei fanno parlano africano (al primo posto si trova l’Angola); gran parte del merito è da attribuire al boom nei prezzi delle materie prime, di cui l’Africa è ricca. In questo senso, il Forum ha sottolineato l’importanza di guardare oltre i Bric, essendo il loro un percorso non ancora compiuto ma molto consolidato.

Mercati di frontiera, equilibrio precario

Molti di questi Paesi stanno vivendo grandi cambiamenti, il cui esito resta incerto. “In Kenya abbiamo avuto bisogno di molta pressione da parte della comunità internazionale per formalizzare le elezioni”, racconta Zin Bekkali, amministratore delegato di Silk Invest in una recente nota. “In Nigeria la pazienza e il lavoro del governo hanno funzionato e ora si spera in una vera svolta democratica”. E ora il Nord Africa, dove la gente per strada sta facendo sentire la propria voce.

Nord Africa tra speranza e paura

“La storia è stata scritta, la forza del popolo e della razionalità hanno vinto”, si legge nella nota firmata da Bekkali. “Da un punto di vista finanziario”, prosegue, “pensiamo che gli eventi recenti possano fare da catalizzatore per una crescita futura stabile”. Certo, un conto sono le dimissioni di Mubarak, altra cosa è riuscire a modernizzare davvero il sistema politico. La situazione politico-economica egiziana, infatti, desta ancora qualche preoccupazione. La terra dei faraoni è infatti il Paese più popoloso del mondo arabo, con quasi 90 milioni di abitanti, e la sua economia è seconda solo a quella dell’Arabia Saudita.

“Nonostante la rivolta sia stata innescata dalle stesse ragioni (alta disoccupazione giovanile, povertà e aumento nei prezzi dei beni alimentari primari ndr), l’Egitto vive delle dinamiche diverse da quelle tunisine”, si legge in una recente nota dello Schroders Emerging Markets Team. La Tunisia non fa parte del gruppo Msci EM e, inoltre, Il Cairo gode di una posizione strategica tra il nord Africa e il Medio oriente. “Ad oggi”, prosegue la nota, “siamo neutrali e non intendiamo modificare la nostra esposizione al mercato egiziano nei nostri fondi”.

L’importante è non farsi prendere dall’ansia. “Le forti immagini provenienti da questi territori potrebbero spingere alcuni investitori a perdere di vista le prospettive di lungo termine, sbagliando”, commenta Fadi al Said, responsabile investimenti azionari di ING IM Middle East. “L’Egitto è uno dei pochi Paesi a non essere stato toccato dalla crisi finanziaria globale e, in un periodo di stagnazione mondiale, è in grado di generare una crescita del 5-6% grazie alla domanda interna. Perciò, pensiamo che nel lungo periodo questo porterà ad una situazione politca più stabile”. Insomma, la speranza è seguire le orme della Turchia, esempio di come un regime autocratico e militare si possa nel tempo avvicinare alla democrazia.

Rischio contagio

Il vero pericolo, tuttavia, è il rischio contagio dei disordini, in particolare verso l’Arabia Saudita. Il problema, dunque, non l’Egitto in sé, ma le possibili evoluzioni. Il Cairo, infatti, è solo un piccolo produttore di petrolio; decisamente più rilevante è il suo ruolo come passaggio tra i grandi produttori e consumatori mondiali. Agitazioni in Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, potrebbero portare ad una nuova crisi energetica di livello globale. Alti prezzi petroliferi spingerebbero ancora al rialzo gli alimenti in nord Africa, creando una spirale viziosa.

Ad oggi, comunque, la maggior parte degli analisti ritengono questa un’ipotesi piuttosto remota. Tuttavia, non impossibile. Inoltre, l’attuale livello del greggio (il Brent vale circa 102 dollari al barile in data 10 febbraio) non sembra influenzato dai moti egiziani, anche perchè i transiti nel canale di Suez continuano regolarmente.

Ogni Paese fa da sè

Il possibile espandersi dei disordini non sembra preoccupare Stephen Dover, reponsabile globale degli investimenti di Franklin Templeton Investment. “I Paesi dell’area Mena (Middle-east North-Africa) sono molto diversi tra loro, essendo una regione ampia”, si legge in una recente nota. “Egitto e Tunisia sono simili; presentano entrambe una popolazione molto giovane, sono densamente popolate e piuttosto povere di risorse naturali. Al contrario, gli stati del Golfo sono più ricchi e molto più stabili politicamente”.

*Questo articolo è stato pubblicato su TuttoFondi in data 19 febbraio 2011.

Fonte: morningstar.it28 febbraio 2011

Autore: Valerio Baselli

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