La bellezza del Sinai

Monastero di Santa Caterina, Sinai.

Sono le 6.00 del mattino, gli occhi mi si chiudono dal sonno e il sole è già alto nel cielo. Un caffè! Vorrei solo un caffè! La guida mi promette un caffè buonissimo non appena ci fermeremo lungo la strada, gli sorrido e lo ringrazio. L’autista beduino mi guarda e sorride, parla poco ma comprende benissimo, i nostri occhi s’incrociano complici.

Mi tuffo nel mio silenzio e osservo. Le case e le costruzioni, i resort e i vari centri commerciali di Sharm el Sheik spariscono lentamente alla mia vista e finalmente…Il Deserto.

Un deserto pietroso misto a dune di sabbia finissima che nascondono lastre di alabastro lucente e poi aride montagne screziate di rosso, verde, giallo secondo gli elementi che le compongono. Rimango senza fiato.

Questo paesaggio lunare e pieno di sole, dove solo ogni tanto crescono sparute acacie e, dove l’acqua è l’unico tesoro, ha in sè una forza e una poesia che fanno battere il cuore di ogni essere umano.

In lontananza passano dei beduini su dei cammelli, le tende non esistono più, ora vivono in piccoli agglomerati di cemento ma, di tanto in tanto, si vedono piccole tende poste vicino ai pozzi d’acqua.

La strada che percorriamo fu costruita durante la guerra dei sei giorni e si snoda per chilometri attraverso la parte meridionale del Sinai fino al confine con Israele. Sembra stridere con tutto ciò che la circonda. Facciamo una sosta e finalmente arriva il caffè che, a differenza di ciò che si pensa, è fatto con una vera macchina per l’espresso ed è anche buono.

Si riprende il cammino e, dopo vari chilometri e soste di controllo, finalmente arriviamo al Monastero di Santa Caterina, a 1.500 Mt. di altitudine. Siamo ai piedi del monte di Horeb, chiamato anche il Monte di Mosè, alto circa 2.200 Mt.

C’è vento e fa freddo, le escursioni termiche di questo deserto sono enormi, si passa dal caldo secco e polveroso al gelo intenso. La sabbia s’insinua tra i capelli, negli occhi, nelle orecchie ed io prendo esempio dai beduini mi copro il viso e la testa e lascio solo gli occhi scoperti quel tanto che basta per continuare ad ammirare quello che mi circonda.

Il Monastero di Santa Caterina si presenta come un fortino circondato delle montagne e dello stesso colore della sabbia, all’interno i monaci ortodossi coltivano un giardino con ogni tipo di pianta e si prendono cura di un tesoro inestimabile e antichissimo: le icone, i mosaici, gli antichi scritti, tutti di origine bizantina. Questo Monastero costruito e voluto dall’Imperatore Giustiniano nel 527 d.C. e che ingloba la cappella costruita da Elena, madre dell’Imperatore Costantino, è un punto di pellegrinaggio per tutte le grandi religioni: la Cristiana, l’Ebraica e l’Islamica.

Nonostante le tante guerre, questo posto non è mai stato toccato in nessuna occasione, neanche nel 641 d.C. con la conquista araba, poiché per un antico accordo questo monastero è rispettato come uno stato neutrale. Sull’iscrizione che sormonta l’entrata del monastero si legge che Il Convento di Santa Caterina è sotto la protezione del Profeta Maometto. La leggenda narra, infatti che Maometto, trovatosi nel deserto in grande difficoltà, fu rifocillato e assistito dai monaci e per questo motivo concesse loro l’immunità. Immunità che fu rispettata anche da Napoleone durante la Campagna d’Egitto.

Finalmente entriamo, un corridoio si snoda come una breccia tra il muro esterno ed il resto del monastero, sulla destra in una nicchia di un muro dipinto un pozzo in bella vista a ricordo del punto dove Mosè fece scaturire l’acqua dopo aver errato nel deserto per cinquanta giorni insieme al suo popolo, più avanti sulla sinistra una scala ci accompagna all’interno della Basilica della trasfigurazione.

Un beduino di una certa età seduto su di una sedia sorveglia in silenzio e si assicura che nessuno si arrampichi sulla scala di legno dietro di lui. Chiedo spiegazioni e mi dicono che quella scala porta alla moschea fatta costruire dai monaci ma di uso dei soli beduini che frequentano e sorvegliano il monastero. All’interno della Basilica tappeti candelabri icone mosaici s’intrecciano come d’incanto creando un’atmosfera di solenne rispetto e bellezza. Mi soffermo estasiata cercando di imprimere nella memoria il significato profondo di secoli di storia.

Sublimazione della spiritualità attraverso l’arte o arte che si sublima nella spiritualità? Chi può dirlo. Respiro, ed in silenzio lascio spaziare il mio sguardo senza farmi più domande.

Attraverso una porta laterale, si esce costeggiando la vecchia cappella fatta costruire dalla Regina Elena nel punto in cui Mosè si tolse i calzari e s’inginocchiò alla vista del Roveto Ardente. Un pò più in là, un muro protegge il Roveto. I fedeli lo toccano, lasciano bigliettini tra le fessure del muro, quante preghiere, promesse, ringraziamenti, mi avvicino cercando di comprendere. Il roveto sembra un cespuglio di more sollevato da terra ed è enorme, metto una mano sul muro, cerco di sentire, ascoltare, capire. Una grande emozione nasce dal di dentro, mi sento vibrare e una lacrima ribelle sgorga dai miei occhi…quante aspettative..quante domande…quanta umanità ha posto le sue speranze in questo simbolo.

I sorveglianti ci riportano all’ordine, è ora di uscire.

Alle spalle del monastero, si snoda una scalinata fatta costruire dai monaci che porta in cima al monte, ve né anche un’altra, più comoda, che i turisti fanno per un tratto a dorso di cammello, una cappella si erge a ricordo del luogo, dove Mosè ricevette le tavole della legge.  L’apoteosi è però all’alba, quando il sole fa capolino e tutto si tinge di rosso, pochi minuti preziosi in cui, nel silenzio profondo del deserto, l’affascinante piana, circondata da Montagne granitiche e chiamata “ Anfiteatro dei settanta Saggi d’Israele” è illuminata da mille fiammelle di fuoco.  La piana è così chiamata poiché solo settanta saggi del popolo d’Israele poterono accompagnare sin lì Mosè prima della sua Ascensione al cospetto di Dio (Esodo 24,1-11.).

Si riparte, ci sono ancora molti km da fare, lascio scorrere le immagini e le sensazioni come in un film… Santa Caterina si allontana sempre più … il cuore  trepidante nell’attesa di ciò che ci aspetta…ma questa è un’altra storia.

Testo: Rita Bianchilli

Immagini: Giampiero Pecorini

Monastero di Santa Caterina

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