Portiamo Voltaire a Tunisi

Continuiamo a seguirla la vicenda tunisina e facciamolo anzi con un impegno che finora è mancato in Italia e in Europa. La sua evoluzione, infatti, non riguarda soltanto un paese a cui siamo comunque legati, ma l’intero mondo arabo, un mondo rinchiuso in una sorta di dannazione, che è sembrata sinora senza uscita.

È Larry Diamond, il fondatore del Journal of Democracy, a farcelo capire in un articolo apparso in Italia sull’ultimo numero di Reset. Nel 1975 c’erano solo 40 democrazie, mentre nel 1995 ce n’erano ben 117, tre per ogni cinque stati, che coprivano ormai ogni parte del mondo. C’era però un’eccezione, il Nord Africa e il Medio Oriente arabi, con ben 16 stati, dei quali solo uno, il Libano, si era affacciato fra i regimi democratici. Siamo nel 2011 e l’eccezione è ancora lì. Perché – si chiede Diamond – non esistono democrazie arabe? E che cosa potrebbe propiziarne la nascita?

Diamond non accredita la risposta che molti darebbero per prima, e cioè i caratteri della religione islamica dalla quale i paesi arabi sono accomunati. Non l’accredita per il fatto stesso che vi sono diversi paesi a maggioranza islamica nei quali la democrazia, sia pure fra mille imperfezioni, sta riuscendo a piantare radici. E cita la Turchia e la Malesia, il Bangladesh e il Senegal, la stessa Albania, pur attraversata in questi giorni da turbolenze che ricordano (ma sono in realtà diverse) quelle che hanno portato alla caduta del regime di Tunisi.

No, la risposta di Diamond è un’altra, che riprende una tesi già svolta da Giacomo Luciani in un libro a più voci su Democracy without Democrats? The Renewal of Politics in the Muslim World, edito da Taurus Publisher nel 1994. Ciò che reggerebbe l’autoritarismo arabo è – secondo questa tesi – la rendita petrolifera e per diverse ragioni. Essa consente ai governanti di far funzionare lo stato, costruire le opere pubbliche e fornire servizi ai cittadini, senza chiedere loro di pagare tributi e quindi senza attivare la dialettica che è essenziale per far nascere e vivere la democrazia. “No taxation without representation” significa anche “no representation without taxation”.

Grazie ancora alla rendita petrolifera è lo stato a disporre delle maggiori risorse finanziarie e chi svolge attività economiche finisce per dipenderne e non vive di quella libertà e di quella assunzione di rischi che servono all’esistenza non del solo mercato, ma della stessa democrazia. Infine, questa concentrazione di risorse dà fortissimi poteri alla burocrazia, fomenta la corruzione, induce a difendere l’assetto esistente con formidabili apparati di sicurezza e scoraggia la formazione di opposizioni.

La tesi è fortemente motivata, ma il suo difetto è che non può valere per tutti i paesi arabi, per la semplice ragione che non tutti dispongono della rendita petrolifera e di sicuro non ne dispone la Tunisia. La rendita dunque è, nei paesi arabi petroliferi, un formidabile rafforzativo dell’autoritarismo esistente, ma non ne è la ragione (tant’è che in democrazie affermate come la Norvegia essa non provoca gli effetti che ha invece in quei paesi). E se è così, non solo è necessario guardare anche ad altro, ma si può nutrire la speranza che alla democrazia in quei paesi si possa arrivare senza dover contare sulla (per ora) improbabile leva a cui Diamond è invece costretto ad affidarsi, e cioè la riduzione del prezzo del petrolio, che taglierebbe l’erba sotto i piedi all’autoritarismo arabo.

La realtà è che l’autoritarismo dei paesi arabi ha le sue ragioni originarie nell’arretratezza economica e sociale che ovunque nel mondo ha reso e rende difficile il radicamento della democrazia, mentre è ora tenuto in vita dalle autodifese che si è creato e da quelle a cui oggi dà ragione non la religione islamica, ma il fondamentalismo islamico che nell’arretratezza prospera ben più dei sentimenti democratici.

Ecco allora che nella generale inefficienza amministrativa sono efficienti, nei paesi arabi, gli apparati di sicurezza, ai quali è dedicata una quota di spesa pubblica che, in percentuale del Pil, è mediamente fra le più alte del mondo. Ecco le opposizioni che sono bensì ammesse, ma solo entro certi limiti, col risultato di perdere forza presso gli elettori se stanno al gioco ovvero di essere perseguitate dalle autorità se vi si sottraggono. Ecco il permanente e diffuso ricatto del fondamentalismo, che porta a evitare o a truccare le elezioni e porta gli stessi oppositori moderati a rimanere frenati, per la paura che esso prevalga e dia vita a situazioni di stampo iraniano.

Questo è l’effettivo denominatore comune delle non democrazie arabe e in Tunisia è successo qualcosa che lo ha scardinato, al di là delle aspettative di chi ha promosso l’iniziale rivolta. Sia chiaro, l’esito è ancora incerto e non è detto che riesca ad uscirne una democrazia. Due cose però sono sicure. La prima è che anche in un paese mediamente arretrato ci può essere oggi una padronanza sufficientemente diffusa delle nuove tecnologie, che consente di organizzare la protesta popolare e addirittura di paralizzare gli organi di sicurezza, interferendo con i siti dal cui funzionamento essi stessi dipendono. E questo in Tunisia è accaduto.

Non meno e forse più importante è che, in Tunisia, le difficili condizioni economiche e sociali che hanno portato alla rivolta non avevano alimentato forti correnti fondamentaliste. Al contrario, il partito islamico di cui si attende ora l’uscita dall’illegalità è un partito moderato, contrario al governo dei chierici, favorevole al parlamentarismo e addirittura accusato – come ricorda il suo leader An-Nahda – di secolarismo. È dunque un partito che giustamente intende affermarsi, scacciando dalla sua immagine il fantasma di Al Qaeda.

Dietro tutto questo ci sono cambiamenti recenti (le tecnologie) e c’è la storia di un paese nel quale la cultura occidentale non è stata mai bandita. Mi disse una volta un autorevole interlocutore tunisino: «La Tunisia sarà perduta alla causa della democrazia il giorno che Voltaire sarà vietato nelle nostre scuole». Non ovunque è così e ci sono paesi, peraltro non chiusi, come l’Egitto, dove la maggiore distanza dal fondamentalismo è quella dei Fratelli Musulmani, sulla cui affidabilità democratica non tutti sono pronti a scommettere.

Ma la lezione è chiara. È certo vero che dove c’è anche la rendita petrolifera è tutto più difficile e che difficile può essere intendersi con chi condivide meno della nostra cultura. E tuttavia promuovere e mantenere vivi gli scambi culturali, parlare con fiducia con gli islamici moderati e concorrere allo sviluppo economico, soprattutto favorendo la diffusione della libera impresa di mercato, è ciò che più e meglio noi possiamo fare.Diamo intanto una mano all’evoluzione democratica della Tunisia. Per tutto il mondo arabo potrebbe essere l’alba di un nuovo giorno.

Fonte: ilsole24ore.com23 gennaio 2011

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