Sundance 2011 – Spazio alle culture black

Ci siamo! Oggi parte la maratona del Sundance Film Festival: undici giorni fitti di anteprime mondiali e internazionali, film ed eventi – 279 gli spettacoli in programma – che daranno agli accreditati il polso del cinema indy.

In un’edizione che spicca per l’assoluta latitanza del made in Italy (appena un lungo, I baci mai dati di Roberta Torre, e un corto), il nostro compito è segnalare un interesse crescente per l’Africa e per le diaspore nere, anche se non necessariamente questa attenzione è accompagnata da film diretti da autori black. Per il momento, quello che possiamo fare è aprire la nostra consueta panoramica su protagonisti, temi e paesi al centro dei film che abbiamo individuato all’interno del programma.

Partiamo dalle sezioni più ambite, quelle competitive. In quella riservata ai lungometraggi non statunitensi (World Cinema Dramatic Competition), giorni addietro abbiamo menzionato l’ultima fatica del franco-algerino Amor Hakkar, Quelques jours de repit, sulla singolare relazione che si viene a creare fra due gay iraniani in fuga dal regime degli ayatollah e una accogliente e attempata signora di provincia.

L’altro titolo che merita interesse è Kinyarwanda. Coprodotto dal filmmaker rwandese Ishmael Ntihabose e girato in loco, il film torna sul genocidio del 1994 da una prospettiva più ampia e inclusiva di realtà meno indagate finora, come ad esempio il ruolo di rifugio avuto dalle moschee, che in quei giorni terribili, per un pronunciamento esplicito dei leader islamici, diedero asilo a hutu e tutsi, musulmani e cattolici: collage di sei storie basate su eventi realmente accaduti, Kinyarwanda è l’opera prima del nero Alrick Brown, nato in Giamaica, ma formatosi alla Tisch School of the Arts di New York e passato attraverso esperienze importanti come i due anni trascorsi come volontario in Costa d’Avorio per i Peace Corps.

Nella competizione doc (World Cinema Documentary Competition), molta attesa per The Black Power Mixtape 1967-1975, prodotto dalla Louverture Films di Danny Glover e diretto dallo svedese Goran Hugo Olsson: il regista ha recuperato infatti un ricco materiale girato da alcuni giornalisti svedesi dal 1967 al 1975 negli Stati Uniti, da cui emerge un ritratto inedito delle Black Panthers e degli intellettuali e artisti radicali che si sentivano vicini alle loro parole d’ordine. In diversi di questi progetti spicca un dato comune, vale a dire l’acquisizione di una prospettiva d’analisi a partire da una distanza fisica e culturale.

Un’opzione che si ritrova anche in An African Election – molto più che un reportage sulle elezioni presidenziali in Ghana del 2008, diretto dallo svizzero (ma con studi di cinema a NY) Jarreth Merz – come in Family Portrait in Black and White, spaccato di una realtà difficile nella Russia di oggi: la situazione di disagio in cui si trovano i bambini figli di coppie miste in cui uno dei partner è nero. Spesso abbandonati, a causa del razzismo diffuso nel paese, alcuni di loro hanno trovato asilo tra le braccia di un’energica e affettuosa ucraina, Olga Nenya, che li accolti in una comunità-famiglia, in attesa di una sistemazione definitiva: a firmare il doc è Julia Ivanova, una cineasta russa ma che si è trasferita in Canada.

Buone notizie anche dal versante afroamericano. Nella US Dramatic Competition, spicca l’opera prima di Dee Rees, una talentuosa cineasta black, formatasi alla NYU e con alle spalle molti doc e corti premiati (tra cui uno che rappresenta la matrice dell’esordio) e collaborazioni prestigiose (è stata assistente di Spike Lee per When The Leeves Broke e Inside Man). Pariah è il ritratto contrastato di un’adolescente nera di Brooklyn in bilico tra una famiglia tradizionalista e la voglia di fare nuove esperienze per scoprire la sua vera natura.

Nella sezione doc (US Documentary Competion) il titolo sulla carta più intrigante è senz’altro Sing Your Song, biodoc dedicato dal cantante/attore/attivista Harry Belafonte, che ripercorre i suoi inizi ispirati dal grande Paul Robeson e la decennale attività di sostegno al movimento per i diritti civili che gli procurò le interessata attenzioni del FBI: dietro la mdp l’esordiente Susanne Rostock, con un ricco curriculum di montatrice (soprattutto per Michael Apted). Anche gli altri doc si interessano di personalità, a vario titolo, di rilievo: il gruppo hip hop A Tribe Called Quest (Beats, Rhythmes & Life, esordio dell’attore Michael Rapaport), Kevin Clash, marionettista che dà la voce al muppet Elmo (Being Elmo, di Constance Marks), General Butt Naked (The Redemption of General Butt Naked, di Eric Strauss e Daniele Anastasion: ritratto di un criminale di guerra liberiano che si è riciclato come santone evangelista). Crime After Crime, di Yoav Potash, ci offre uno spaccato della malagiustizia americana, centrandosi sul caso di una donna nera, vessata in vita dal marito e poi accusata ingiustamente di uxoricidio.

Spazio alla cultura black anche in altre sezioni. In quella più sperimentale (NEXT) spicca Restless City, esordio del nigeriano Andrew Dosunmu, con alle spalle anni di lavoro come fotografo di moda per Yves Saint Laurent e alcuni episodi della serie sudafricana di culto Yizo-Yizo: girato a New York, il suo film segue le avventure di un giovane senegalese di belle speranze che si innamora di una prostituta controllata dal boss locale. Lord Byron, che segna il ritorno al Sundance di Zack Godshall, è invece il ritratto di un corpulento Don Giovanni nero che intraprende un bizarro percorso filosofico-religioso di redenzione.

Un’altra storia, ma seria, di redenzione è al centro di The Interrupters (dirige Steve James, con la collaborazione di Alex Kotlowitz): spaccato della realtà violenta della Chicago delle gang, colta dal punto di vista di una ex-banda che ora lavora per ridurre l’impatto della violenza sulla vita quotidiana delle persone (Doc Premieres). Chiudiamo con lo splendido The Nine Muses di John Akomfrah (New Frontier Films), ripresentato al Sundance dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia, a testimonianza ulteriore del valore cristallino di questa meditazione senza confini sulla condizione dell’esule.

Fonte: Cinemafrica

Autore: Leonardo De Franceschi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: