L’altra Africa: quella della crescita impressionante

Mentre Algeria e Tunisia bruciano nelle fiamme di una protesta sociale che covava sotto le ceneri della repressione poliziesca del regime di Ben Ali e dell’ineguale (ma forse sarebbe meglio dire inesistente) redistribuzione del tesoro petrolifero-gasiero che ha arricchito la cricca al potere ad Algeri, c’è anche un’altra Africa, sconosciuta e con poca “letteratura” ed attenzione dei media che cerca faticosamente ma rapidamente di crescere.

Non è più l’Africa mediterranea e sahariana, che vende le sue risorse agli europei e prostituisce i suoi politici all’occidente, in un rapporto incestuoso fatto di denaro in cambio di petrolio e manodopera a basso costo e del sostegno neocolonialista a regimi “moderati”, solo perché non islamisti, ma che usano la religione e la forza per controllare una popolazione sempre più disperata e scontenta.

L’Africa che cresce è quella subsahariana, l’area più povera del pianeta, quella che esce da poco da guerre civili o addirittura cova ancora al suo interno conflitti etnici-tribali.

In un recente e breve articolo intitolato “Africa is now one of the world’s fastest-growing regions” l’autorevolissimo The Economist sottolinea: “Molto è stato scritto circa la nascita del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e sull’impressionante performance economica dell’Asia. Ma l’analisi di The Economist rileva che negli ultimi dieci anni fino al 2010, 6 delle economie mondiali tra le 10 a crescita più veloce sono Stati dell’Africa sub-sahariana». Non è forse un caso se il Bric è di recente, e su proposta della Cina che di Africa se ne intende, diventato Brics, includendo anche la potenza africana per eccellenza: il Sudafrica.

Il breve rapporto di The Economist spiega che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale l’Africa occuperà 7 dei primi 10 posti nei prossimi cinque anni, anche se la classifica dell’Economist esclude i Paesi con una popolazione sotto i 10 milioni e l’Iraq e l’Afghanistan che, se riusciranno ad uscire dalla tragedia della guerra, potrebbero avere nei prossimi un forte “rimbalzo” del Pil verso l’alto.

The Economist spiega che «Negli ultimi dieci anni la semplice media non ponderata dei tassi di crescita dei Paesi era praticamente identica in Africa e in Asia. Nel corso dei prossimi cinque anni l’Africa rischia di prendere l’iniziativa. In altre parole, la media dell’economia africana potrebbe surclassare la sua controparte asiatica».

In realtà in Africa, anche grazie a capitali asiatici (cinesi, indiani, sudcoreani, della penisola araba…) si ripeterebbe quel che è avvenuto in Asia: tassi di crescita altissimi partendo da una base di “miseria”, tassi che però sono destinati a ridursi gradualmente con l’arrivo e la stabilizzazione di un modesto benessere, non avendo i Paesi africani mercati (ed infrastrutture) interni giganteschi come quelli sui quali possono contare e stanno preparando Cina ed India, che infatti nel rapporto dell’Economist mantengono le prime due posizioni anche nel periodo 2011 – 2 015: 9,5% di crescita la Cina e 8,2% l’India.

Scorrendo i dati della crescita 2001 – 2010, le sorprese non mancano: in testa è l’Angola con un più 11,1% che è si il frutto della fine della guerra civile tra Mpla al potere e l’Unita all’opposizione, ma soprattutto dello sfruttamento del petrolio che ha fatto schizzare in alto il Pil, finito però in poche tasche senza intaccare più di tanto la miseria della popolazione. Dopo la Cina (10,5% di sostanziosa potenza… in tutti i sensi), sbuca l’inguardabile Myanmar con un più 10,3% che è andato a finire tutto nelle tasche della feroce giunta militare che lo governa.

Poi viene il poverissimo Niger con un più 8,9% dovuto soprattutto allo sfruttamento delle risorse di uranio da parte dei francesi di Areva che hanno provocato una corruzione così estesa da richiedere un golpe purificatore. Segue la Nigeria del petrolio (8,9%) e della ricchezza maldistribuita che produce rivolte nel Delta del Niger e battaglie genocide tra cristiani e musulmani nel nord del Paese, subito dopo con l’8,4% arriva l’Etiopia, una speranza vera visto che il criticato (a ragione) regime di Addis Abeba sembra almeno aver davvero puntato su risorse interne e lo sviluppo agricolo, non avendo grandi risorse minerario-petrolifere. Sull’8,2% in più del Kazakistan, il cui regime satrapico piace tanto a Berlusconi, si può solo confermare che si tratta solo di gas e petrolio che finisce nelle tasche della famiglia e nella gang di Astana.

Diverso il discorso per tre paesi africani, Ciad (7,9%), Mozambico (7,9%) e Rwanda (7,6%) e la Cambogia (7,7%) che stanno dimostrando di cominciare ad uscire faticosamente dalla miseria estrema nella quale li ha gettati prima un destino coloniale comune e poi guerre civili devastanti e/o conflitti frontalieri.

L’Africa è comunque destinata a crescere rapidamente, diventando probabilmente sia un’occasione che un concorrente per l’Unione europea. Se si escludono Cina, india e il Vietnam (più 7,2%) delle nuove delocalizzazioni già in atto, la crescita sarà molto forte in Etiopia (8,2%), Mozambico (7,7%), Congo e Ghana con le loro risorse petrolifere (7%), nello Zambia delle miniere (7,2%) e in Nigeria (6,8%).

Bisognerà capire come questa crescita veloce, partendo spesso da dati minimi, si rifletterà su società con istituzioni spesso fragili ed una società civile poco strutturata e come questa fiammata di “ricchezza” verrà ridistribuita: se “alla norvegese” per rafforzare democrazia e diritti essenziali come quello al cibo, all’acqua ed alla salute, oppure se, come nel Maghreb che brucia e conta i suoi disperati giovani uccisi e suicidi, per ingrassare e puntellare regimi sempre più distanti dai bisogni dei loro popoli.

Fonte: greenreport.it10 gennaio 2011


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