Tocca alle donne d’Africa il Nobel per la pace


Sono loro la speranza per il futuro del continente africano

Sinora non è mai andata a segno. La proposta di assegnare il Nobel per la pace alle donne africane nel loro insieme, pur presentata calorosamente da qualche anno a questa parte, per ora è rimasta tale. Forse il 2011, finalmente, potrebbe essere l’anno giusto, vedendo consegnare il più illustre premio alle donne del continente africano, quelle che, senza nome per il mondo, quotidianamente combattono la loro battaglia per l’Africa.

Londano dalla luce dei riflettori o l’eco dei media, in una terra martoriata ancora da guerre e carestie, le donne africane fronteggiano il virus dell’Aids e il plasmodio della malaria, sono la colonna portante dell’economia informale basata su microcredito e microfinanza, rappresentano il cardine delle relazioni sociali nei villaggi e le prime depositarie dei segreti dei vincoli sacri che legano l’uomo all’ambiente.

Tutto questo nell’anonimato e nel silenzio, senza gli agi della tecnologia e del benessere, senza potere dare nulla per scontato. Non il diritto alla parità, non quello allo studio, né all’accesso all’acqua potabile, all’alimentazione, alla salute.

Ma per le donne africane, questi non sono alibi di rassegnazione. Loro continuano a battersi per un domani migliore per sé, i propri figli e il proprio paese. Sono loro le protagoniste delle tontine, prime forme di microcredito, dell’Africa occidentale ed è grazie a loro che nel continente africano stanno nascendo migliaia di piccole imprese. Sono le donne le più impegnate nella ricerca di forme autoctone di sviluppo economico e sociale, attraverso l’organizzazione capillare delle attività economiche e sociali nei villaggi, loro le più attive nella formazione sanitaria della loro comunità, loro a subire e a combattere l’infibulazione e le mutilazioni genitali.

Sono in maggioranza le donne a lavorare i campi in una terra che quasi mai appartiene a loro, solo perché di sesso femminile, loro controllano il 70% della produzione agricola, loro producono l’80% dei beni di consumo, loro assicurano il 90% della loro commercializzazione.

Sono migliaia le organizzazioni di donne impegnate nella politica, nelle problematiche sociali, nella salute, nella costruzione della pace. Sono le donne che trovano il coraggio di alzarsi di fronte alle prevaricazioni del potere e la forza di difendere i diritti dei più deboli.

Per tutti questi motivi il prossimo Nobel per la Pace dovrebbe essere assegnato alle donne africane, come forza collettiva. Non a una singola personalità, ma a una coralità sfaccettata e compatta per una missione condivisa.

«L’Africa cammina con i piedi delle donne. Le donne sono la spina dorsale che la sorregge. In tutti i settori della vita: dalla cura della casa e dell’infanzia, all’economia, alla politica, all’arte, alla cultura, all’impegno ambientale. Senza l’oggi delle donne non ci sarebbe nessun domani per l’Africa» spiega l’appello che promuove l’assegnazione del premio 2011, sostenuto anche da Gianfranco Fini, che ha già raccolto numerosi e trasversali sostegni e si può sottoscrivere qui.

«In tutte le analisi dei problemi dell’Africa, c’è una risorsa naturale che spesso non viene apprezzata: gli africani stessi», scrive Wangari Maathai, prima donna centrafricana a laurearsi presso l’università di Nairobi e premio Nobel per la pace nel 2004. Il Nobel per la pace alle donne africane nel loro insieme, per l’appunto, vorrebbe dire proprio accorgersi di questa fondamentale risorsa. Perché sono le donne africane la speranza di cambiamento e democrazia per il futuro del loro paese, sono loro il segreto del perpetuarsi del miracolo della sopravvivenza.

Fonte: ffwebmagazine.it3 gennaio 2011

Autore: Cecilia Moretti

2 Risposte

  1. Concordo pienamente e trovo giusto attribuire il Nobel per la pace alle donne africane che si trovano quotidianamente a combattere battaglie così distanti dal mondo occidentale, ma purtroppo ancora così presenti

    • “Così lontane, così vicine”…parafrasando Wenders. Grazie per il tuo commento, carissima.

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