L’Africa delle meraviglie. In mostra le sculture tribali e quelle ispirate all’art nègre di Modigliani

Suggestioni africane. Uno. Difficile cogliere la differenza tra la testa scolpita da Modigliani tra il 1911 e il ’12, oggi alla Tate Gallery di Londra, e la maschera della tribù Guro della Costa d’Avorio, conservata al Metropolitan di New York. La mostra “Modigliani scultore”, ideata a curata da Gabriella Belli, Fabio Fergonzi e Alessandro Del Puppo, dal 19 dicembre al Mart di Rovereto, è a questo proposito una miniera di rivelazioni.

L’innamoramento per il primitivismo delle sculture tribali africane colpì in pieno il livornese Modì, non meno di altri artisti e intellettuali degli inizi del ‘900: da Blaise Cendrars a Tristan Tzara, da André Breton, gran fautore della “negritudine”, fino ai capiscuola delle avanguardie cubiste Georges Braque e Picasso, quest’ultimo collezionista smodato di feticci e statue apotropaiche sbarcate a Parigi dal Mali, dal Gabon, dall’Egitto.

Nelle maschere africane ancora oggi continuiamo a cercare i volti aguzzi e solenni delle “Demoiselles d’Avignon”.L’attrazione di Modigliani per lo scalpello è considerata secondaria alle opere pittoriche. Addirittura, la critica decise di disinteressarsene dopo la clamorosa beffa dei falsi Modì, avvenuta a Livorno nell’estate del 1984. Tre studenti buttarono in un fosso alcune teste in stile Modigliani malamente sbozzate. Quando furono recuperate dalla draga, avvenne l’inverosimile.
I soloni della critica, in testa Argan, Brandi e Ragghianti (Federico Zeri no, fiutò subito la bufala), gridarono al Modigliani ritrovato. L’equivoco fu smontato venti giorni dopo, quando i tre “ragazzacci” spifferarono tutto in televisione.Più che mai apprezzabile, dunque, l’autenticità inconfutabile delle rarissime e fragili sculture in pietra (oggi quotate all’asta con cifre che vanno per i 45 milioni di euro) in mostra a Rovereto.

Otto delle 25 catalogate nel 1965 dallo studioso di Modigliani Ambrogio Ceroni (poi arrivate a ventotto, dopo l’identificazione di tre nuove teste), messe insieme dai curatori dopo sei anni di patimenti per convincere i proprietari a concederle in prestito. Otto cariatidi meravigliose, che rendono conto dello stretto rapporto di Modì con l’arte tribale, così di moda tra gli artisti dell’epoca

Suggestioni africane. Due. Chi soffre di ‘mal d’Africa’ si prepari, giacché si annuncia indimenticabile per i fan di Livingstone e di Karen Blixen la mostra che il 31 dicembre aprirà i battenti a Genova, dividendosi tra il Palazzo Ducale e il Museo delle Culture di Castello d’Albertis. Un titolo adescatore: “L’Africa delle meraviglie”, un sottotitolo assai stimolante: Arti africane nelle collezioni italiane, un’occasione per scoprire una realtà di cui si sogna molto ma si sa ancora poco, e quel poco è stato a lungo e ingiustamente regimentato come “arte primitiva”.
Maschere, statue, “feticci”, strumenti musicali, pali funerari, reliquiari, bandiere, oggetti rituali e d’uso quotidiano porteranno i ‘viaggiatori’ della mostra nel cuore delle culture dell’Africa subsahariana, dal Mali al Congo, dalla Costa d’Avorio al Camerun.

Il 2010 è stato l’anno dell’Africa. Si sono celebrati i cinquant’anni della decolonizzazione (magari a qualcuno sarà sfuggito) e si sono tenuti i mondiali di calcio in Sudafrica. Ed ecco che Genova rilancia sul Continente nero anche nel 2011, occupandosi questa volta del patrimonio, immenso ma ancora misconosciuto, dei reperti africani. Guardare all’Africa attraverso l’arte non è la stessa cosa che vederla attraverso lo specchio deformante delle carestie, dei massacri tribali e delle emergenze culturali.

Arte o etnografia? Alla domanda che da anni inchioda schiere di antropologi e storici dell’arte i curatori Giovanna Parodi da Passano e Ivan Bargna rispondono facendo dialogare le opere, più di 300 e quasi tutte inedite, di una nuova generazione di collezionisti che vivono la loro avventura estetica senza preconcetti, lasciandosi guidare unicamente dal piacere della scoperta.

Collezioni italiane, arti africane, le storie s’incontrano, s’incrociano, qualche volta scontrandosi in maniera tutt’altro che prevedibile. E non è un caso che la progettazione della mostra sia stata affidata a un artista come Stefano Arienti, presente anche come autore in straordinarie contaminazioni con i reperti africani.

Fonte: Notizie.Tiscali.it17 dicembre 2010

Autore: Melisa Garzonio


2 Risposte

  1. C’est surtout à l’art contemporains des caraïbes, et ancien d’Océanie et du Grand nord que Breton s’est intéressé.

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