Stop all’Africa in liquidazione

Terra madre, o madre terra. «Chi si venderebbe la madre? Solo un matto. Nessuno può fare una cosa del genere»: così ragionavano i contadini malgasci quando scoprirono – per caso – che il loro presidente stava per vendere un milione e trecentomila ettari di terreno coltivabile alla Daewoo Logistics, praticamente gratis.

I coreani avevano offerto lavoro ai malgasci, ma il mais e l’olio di palma avrebbe dovuto prendere la via di Seoul. Il contratto – che doveva durare cent’anni – è stato bloccato. Ma per un affare bocciato, altri cento si chiudono: cinesi coreani e indiani puntano all’Africa, all’estremo oriente e all’America centrale. I paesi arabi ancora in Africa e in America del Sud.

Se n’è parlato al Salone del Gusto, dove Carlin Petrini ha portato un esempio lampante: «Sono stato due settimane fa in Corea, e ho ascoltato attonito un esponente del governo convinto che il settore agricolo coreano, valendo solo il 2% del Pil, fosse da lasciare al proprio destino. È una logica del cibo come merce ormai inconcepibile».

Ma è una logica che funziona egregiamente: si calcola che già 42 milioni di ettari di terreno siano passati di mano con il land grabbing (l’accaparramento di terre), svenduti tra i 300 e i 500 dollari l’uno. Nyiakaw Ochalla, esule etiope che vive a Londra dal ‘99, sottolinea la contraddizione: «L’Africa è il continente più esposto. Il colmo è che i grandi gruppi producono cibo in paesi dove si muore di fame. Le derrate maturano e vanno all’estero, mentre Food Aid manda il cibo alle famiglie povere».

Chiaro che è un giro che non ha senso. Franca Roiatti, giornalista, ha indagato sul fenomeno e ne ha fatto un libro: «Si intitola “il nuovo colonialismo, caccia alle terre coltivabili” – spiega – perché di questo si tratta. Il fenomeno è conosciuto da una trentina d’anni, ma la crisi economica del 2008 lo ha aggravato. I grandi gruppi hanno sentito li bisogno di investimenti sicuri, e certo non c’è nulla di più sicuro della terra». Anche per i contadini, però: che infatti restano senza terra, spesso senza lavoro e soprattutto senza futuro: se il padrone della terra è un grande gruppo o il fondo sovrano di un paese straniero, il massimo che si possa ottenere è un posto da bracciante. L’economia locale non crescerà mai.

Petrini non ha dubbi: «Fare dell’Africa il nostro orto è da colonialisti. I cibi africani restino agli africani, noi sosteniamo i nostri coltivatori. Chiediamo una moratoria della cessione di terreni agricoli». E non c’è solo l’Africa. Circa un anno fa Confagricoltura ha pubblicato un dossier per spiegare che il land grabbing è sbarcato in Italia: le multinazionali (soprattutto francesi e tedesche, almeno in questa prima fase) vogliono i terreni per la produzione di energia. Il mais della pianura padana serve per fare biogas, le grandi pianure pugliesi e siciliane sono il luogo ideale per installare pannelli solari e pale eoliche.

Il cambio di destinazione d’uso, per così dire, non migliora la situazione di chi quella terra la coltiva. Anzi: lo sbarco delle società energetiche fa salire gli affitti delle terre. Nella zona di Cremona, per esempio, il canone di affitto annuo si aggira intorno ai 700-800 euro l’anno. Le multinazionali sono pronte a pagarne mille, anche milleduecento. Hanno fretta di fare profitti e disponibilità finanziare con cui neppure la più grande impresa agricola può confrontarsi. Neanche un matto venderebbe la propria madre: purtroppo il mondo civilizzato è molto più avido di quei contadini malgasci.

Fonte: La Stampa.it24 ottobre 2010

Autore: Marco Sodano

4 Risposte

  1. essendo africana sono interessata ai vostri articoli sull’ Africa perchè li trovo attendibili.

  2. Non sono scritti da noi, tranne rare eccezioni. Cerchiamo, però, di raccogliere i migliori e presentarli ai nostri lettori. Grazie, davvero. Non avremmo potuto ricevere complimento più bello.

    Se desideri pubblicare qualcosa, contattami pure. Ti ho inviato una mail con il mio indirizzo.

    Un caro saluto e…continua a leggerci! 🙂

  3. Buondì,

    è purtroppo vero ciò che è riferito nell’articolo,avendolo constatato in prima persona durante la permanenza in Mozambico negli ultimi 2 anni. Noi avevamo tentato una via differente di utilizzo della terra….purtroppo i casi della vita in questo caso ci sono stati contro; però ho verificato che si può fare agricoltura di tipo imprenditoriale e contemporaneamente sostenere le realtà locali. Il nostro “grabbing”era, forse, uno dei pochi che avrebbero anche contribuito anzichè prelevato solo.
    Continuate a dar voce a questa terra e a questi uomini.
    Fabrizio
    P.S. Nel sito c’è la storia raccontata nel blog del nostro progetto.

  4. Caro Fabrizio, continueremo.
    L’amore per l’Africa non finisce mai.

    Grazie, davvero, per il tuo commento ed ancor più per il vostro progetto (sono andato a leggere il sito e ci ritornerò su in futuro).

    Un grosso IN BOCCA AL LUPO and…keep in touch!. 😉

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