La crescita del Mozambico è trainata dalle donne

Appena conclusi i Campionati mondiali di calcio 2010, evento sportivo che ha avuto il merito di aprire una finestra informativa sul Sudafrica e sull’Africa meridionale a livello planetario, l’indice globale che certifica la stabilità e la sicurezza di 149 Paesi (Global peace index, Gpi) rende noti i dati aggiornati all’anno in corso, evidenziando più che in passato il divario crescente fra Sudafrica, in 121 posizione, e Zimbabwe (135) da un lato, e la fascia di vicini “virtuosi” composta da Namibia (59), Botswana (33), Zambia (51), Mozambico (47), Tanzania (55), Malawi (51), dall’altro. Nazioni, queste, che rientrano nella medesima categoria del Gpi 2010 dell’Italia, in 40esima posizione, per le relazioni pacifiche con gli Stati confinanti, il livello di criminalità interna, la partecipazione democratica, il funzionamento delle istituzioni politiche e, in alcuni casi, per la libertà della stampa.

Ma in questa compagine c’è una nazione che più delle altre, lontano dai riflettori internazionali, sta vivendo una vera rivoluzione pacifica dall’interno del sistema: il Mozambico. Su un dato la sua performance 2010, già ragguardevole l’anno scorso, non ha probabilmente eguali nel continente africano e pochi concorrenti sul piano mondiale: la presenza femminile in Parlamento, superiore al 39%. Una percentuale che pone le  deputate di Maputo al medesimo livello di quelle norvegesi (39,6%) e finlandesi (40%). Anni luce lontane da quelle statunitensi (16,8%) francesi (18,9%), inglesi (19,5%) e italiane (21,3%).

In particolare, l’attuale legislatura, la settima, insediatasi alla fine dello scorso mese di ottobre, oltre a far registrare un numero di deputate donne storico per il Paese – da 96 alle attuali 106, ovvero solo 19 in meno rispetto alla metà – ha anche segnato l’elezione di una donna alla guida del Parlamento (l’Assembleia da Republica), Veronica Macamo, avvocatessa, già vice presidente. Quanto ai dicasteri, il nuovo governo è composto da otto donne su 28 ministri. Allo stesso modo, sul piano economico, la fondazione di Femme Moçambique, prima associazione di donne imprenditrici, evidenzia il ruolo femminile nel processo di sviluppo nazionale. «La guerra alla corruzione, dichiarata con successo dalla presidenza di Armando Guebuza, passa anche attraverso il progressivo aumento della partecipazione femminile alla vita pubblica – spiega ad Avvenire Simone Santi, imprenditore, console onorario della Repubblica del Mozambico a Milano e conoscitore del tessuto sociale ed economico della regione sudafricana –.

Le donne si dimostrano più integre e responsabili». Il console onorario Santi è testimone diretto dell’evoluzione dello scenario mozambicano, di cui l’emancipazione rosa è solo la punta dell’iceberg: «Continuare a parlare di Africa solo in termini di aiuti internazionali a fondo perso è antistorico – tiene a sottolineare –. Il Mozambico sta cercando di emanciparsi dall’assistenzialismo straniero, di gestire il proprio sviluppo autonomamente». E di far ricadere gli effetti degli investimenti stranieri e della crescita del Pil (+9,5% nel primo trimestre  del 2010) su 23 milioni di abitanti, anche sfruttando maggiormente le riserve di petrolio e gas. La sfida è grande e drammatica: si tratta di migliorare le condizioni di vita di una popolazione che, oltre a vivere per il 50% con poco più di un dollaro al giorno, per il 12% è contagiata dall’Hiv; il virus fra i giovanissimi supera anche il 16%, con una mortalità infantile del 90 per 1000 e un’aspettativa di vita in media inferiore ai cinquant’anni (47,8 anni, dati Nazioni Unite).

Per dare continuità alla sua azione riformatrice sul piano economico e sociale, il presidente Guebuza ha scelto di confermare i ministri tecnici del precedente governo, «con una mossa che ha sorpreso svariati osservatori», commenta Santi, sebbene non vi si stato un cambio di maggioranza. Nel frattempo, sul piano dell’azione diplomatica regionale, il Mozambico è fra gli attori di maggior peso nelle trattative per la soluzione dei conflitti, come in Zimbabwe, dove faticosamente si persegue una trasformazione democratica senza intromissioni extracontinentali, e in Madagascar, dove i negoziati attraversano una situazione di stallo dalla scorsa primavera, senza che però il ruolo di Maputo in qualità di intermediario riconosciuta dalle parti sia messo in discussione.

Anche grazie al credito maturato dall’ex presidente Joaquim Chissano nella sua lunga carriera diplomatica. Alla guida del Forum degli ex presidenti e capi di Stato africani, Chissano è fra i più fervidi sostenitori del progetto dell’Unione africana (Ua) e della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc).

Fonte: Avvenire15 luglio 2010

Autore: Federica Zoja

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