Ory Okolloh: l’autrice di Ushahidi sogna e progetta il Kenya 2.0

Avvocato a Washington, nello studio legale del ministro di Obama. dopo una laurea ad Harvard. Ory Okolloh ha detto no.

Perché il Kenya veniva per primo. E da Nairobi ha creato il sito open source più efficiente del mondo per esplorare le emergenze. Oggi, anche il Dipartimento di Stato si affida a lei.

Tutto pur di non diventare ministro a Washington. Ory Okolloh è esperta di sliding doors: è nata a Nairobi, vive a Johannesburg e come tanti giovani africani di buoni studi e solido avvenire ha troppo da fare, immaginare e cambiare per concedersi il gusto sminuente dell’ironia. E infatti allarga il sorriso ma ci dice seria: «Ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di grande». Le premesse se le è costruite da sé. Scuole pubbliche, liceo a Nairobi, maturità impeccabile e università negli States: prima a Pittsburgh, poi alla Law School di Harvard. «Dopo la laurea mi chiamarono da Covington & Burling, il più celebre studio legale della capitale, quello da cui proviene Eric Holder, l’avvocato nero che Obama ha scelto come ministro della Giustizia».

In ballo, insomma, ci sono parcelle di lusso, scrivanie extralarge, vista su Capitol Hill, fiumi di adrenalina. E magari dopo qualche decennio un posto da ministro anche per lei. Sono obiettivi abbastanza alti per una ragazza nata e cresciuta in Kenya, che ammette candidamente di essere tutt’altro che una rampolla dell’élite economica del paese? Evidentemente no, perché se Ory Okolloh oggi è l’africana del momento non è certo per meriti giuridici e performance in tribunale. «Ho pensato: se metto piede in quello studio mi farò divorare dall’ambizione, dimenticherò il Kenya e non avrò più tempo per curare il mio blog». Detto, fatto. È così che una ministro in erba lascia Washington, torna a Nairobi e si ritrova alle prese con le violenze tribali che sconvolgono il suo paese all’indomani delle elezioni politiche di fine 2007. Come dire la persona giusta, al posto giusto, nel momento giusto per diventare una star del web 2.0.

Una volta a Nairobi, la sliding door è un messaggio nella bottiglia, un post del 3 gennaio 2008 che Ory affida ai seguaci del suo blog Kenyan Pundit: “Any techies out there willing to do a mashup of where the violence and destruction is occurring using Google Maps?”. C’è qualcuno che voglia reagire alla follia che si è impadronita del nostro paese? Mi aiutate a creare una mappa online degli scontri, delle vittime e delle richieste d’aiuto? «La violenza di quei giorni fu una delusione terribile», ricorda oggi Okolloh. «Perché la campagna elettorale era stata festosa, la gente faceva la coda ai seggi dalle quattro e mezzo del mattino, in città tutti mostravano con orgoglio i polpastrelli viola che provavano che si era andati a votare».

Il 27 dicembre si va alle urne, il 28 comincia lo scrutinio, dal 29 parte il blackout informativo, lo stesso giorno cominciano gli scontri tra i supporter del presidente in carica e i seguaci dell’opposizione che sentono un gran puzzo di brogli. «A quel punto giornali e televisioni furono silenziati dal governo», spiega Ory. «E il mio blog diventò una delle poche fonti attive per fare il punto su quanto stava accadendo. Ma mi resi subito conto che non poteva andare avanti così: bastava che stessi un’ora offline per trovarmi inondata da centinaia di messaggi che protestavano, commentavano o segnalavano nuovi focolai di violenza».

All’inizio del 2008 i blogger kenioti sono pochi ma si conoscono tutti. “Any techies out there?”. Okolloh lancia il suo appello, e i techies – come anche a Nairobi vengono chiamati gli smanettoni del web – rispondono in fretta mettendo a punto il software che cambia le carte in tavola, rivoluziona tempi e modi dell’intervento umanitario e proietta l’Africa profonda sull’ultima onda della rivoluzione digitale. Mentre il paese affonda nella sua notte tribale, una pattuglia di giovani programmatori decide che è ora di accendere la luce: bisogna far sapere cosa e dove accade, quali sono le città in fiamme, dove si accumulano i morti, in che villaggi si segnalano le prime iniziative di pace. Delusione, rabbia, creatività e competenza sono gli ingredienti del mashup sociale e tecnologico che il 9 gennaio 2008 fa debuttare in Rete Ushahidi, parola che in lingua swahili significa “testimone”, ma che nel gergo del web e delle agenzie internazionali da due anni vuol dire semplicemente “lo strumento migliore per fronteggiare crisi umanitarie di qualsiasi tipo”.

La tecnologia è elementare, l’idea decisamente brillante. Immaginate una newsroom che nel corso di un’inondazione, un terremoto o una guerra civile raccolga e ordini tutte le voci di tutti gli inviati di un giornale. E ora immaginatene un’altra che nella stessa occasione raccolga e ordini tutte le voci di tutti. Che sia Nairobi sconvolta dalle violenze, Port-au-Prince ridotta a un cumulo di macerie o il mondo intero alle prese con l’influenza suina, il modello è sempre lo stesso: si tratta di approntare una mappa dell’area da mettere sotto osservazione, e di riempirla di notizie raccolte in tempo reale via web, email, sms, twitter, facebook o quant’altro. L’accuratezza è assicurata dal fatto che prima di essere inserita in mappa, ogni segnalazione viene letta e filtrata da un administrator che controlla che sia provvista di indicazione geografica e credibilità fattuale. Sembra semplice, e in fondo lo è. Ma i risultati di quest’uovo di Colombo virtuale sono del tutto sorprendenti, tanto che pochi mesi fa, ad Haiti, un marine americano si è lasciato andare dicendo che «non si può sopravvalutare la portata di Ushahidi», mentre dalla centrale di Washington un operatore della Fema, la protezione civile statunitense, incitava i volontari raccolti attorno a Ory a «non badare a nient’altro che a mappare, mappare, mappare, perché col vostro lavoro state salvando delle vite».

In Kenya, a cavallo tra 2007 e 2008, Ushahidi è servito soprattutto ad aggirare la censura, che prima aveva oscurato lo scrutinio dei voti e poi silenziava la conta dei morti. Ad Haiti la piattaforma made in Nairobi è scesa in campo a due ore dal sisma per raccogliere le voci di chi era prigioniero sotto le macerie, o per segnalare che “in via Delmas 95 dei rapinatori stanno portando via tutto”, o che “all’orfanotrofio Foyer de Sion di Fontamara 150 bambini hanno urgente bisogno d’acqua”. Che sia la Croce Rossa o il Dipartimento di Stato, chiunque debba farsi largo in fretta per portare soccorso in territorio sconosciuto, da qualche tempo ha a disposizione uno strumento affidabile che valorizza la più preziosa delle fonti: la voce di chi è nell’occhio del ciclone. Non è un caso che alle mappe di Ushahidi sia ricorso anche il Washington Post alle prese con Snowmageddon, la tempesta di neve che ha investito l’East Coast nell’inverno 2010: nel mondo liberato dalla Rete può accadere che il quotidiano della capitale della superpotenza globale usi un software open source africano per segnalare che “a tutt’oggi nessuno ha spazzato il marciapiede di Pennsylvania Avenue dalla Settima alla Nona North West».

Merito di Ory e dei suoi “fratelli”. I fondatori di Ushahidi sono quattro: la capocordata che sta a Johannesburg, David Kobia che è cresciuto in Kenya ma lavora ad Atlanta, Juliana Rotich che vorrebbe tornare a Nairobi ma per il momento è ancora di stanza a Chicago, ed Erik Hersman che si firma il white african ed è un omone nato in America ma cresciuto tra il Kenya e il Sudan. Poi ci sarebbero anche Jon da Kampala, Soyapi che vive in Malawi, Henry che blogga dalla periferia di Accra, in Ghana. Cosa significa tanta Africa al centro della Rete? Forse che la notte delle tribù sta cedendo il passo alla luce dell’innovazione: «Con Ushahidi abbiamo dimostrato che dall’Africa può venire qualcosa di utile, non siamo qui solamente per prendere quello che producono altrove», dice Okolloh.

Sempre lei. La stessa che al PopTech 2005 nel Maine gelò la platea rifiutandosi di parlare del dramma dell’Aids: «Per una volta che si parlava di tecnologia, design, futuro, non avevo nessuna intenzione di farmi ricacciare nel mio ghetto patetico». E la stessa che alla memorabile Ted conference 2007 di Arusha, in Tanzania, entusiasma la platea sparando sullo schermo una slide con il faccione della bianchissima Gwyneth Paltrow, che per la solita buonissima causa si è fatta tatuare d’azzurro la guancia destra e proclama fiera “I am African”. Ory la fissa, si gode un attimo in silenzio, poi sibila “No, you are not” ed esplode in una fragorosa risata.

Da quando è stato messo online, Ushahidi ha mappato gli scontri xenofobi in Sudafrica, i massacri di Gaza per Al Jazeera, la guerra civile in Congo, il terremoto del Cile, ma anche la vita artistica di Nairobi, la penuria di farmaci in Africa Orientale, le elezioni in Afghanistan e in India, e tanti altri eventi che hanno lasciato tracce meno marcate nella memoria globale. Il software nato a Nairobi – e cresciuto grazie al generoso contributo della charity del fondatore di eBay Pierre Omidyar – è a disposizione di chiunque voglia tenere d’occhio qualcosa: «Cerchiamo di monitorarne l’uso», spiega Okolloh. «Ma Ushahidi è libero e open source, basta entrare nella nostra home page e perdere un paio d’ore per scaricarne il programma».

Ushahidi è uno strumento ed è un fenomeno, una mappa che facilita il lavoro di chi opera in situazioni estreme, e un sintomo del mondo che si appiattisce, si arricchisce, si rimpicciolisce a vista d’occhio. «Noi del gruppo storico ci conosciamo dal web», spiega Ory. «Abbiamo collaborato per mesi via skype o via email, ma in carne e ossa ci siamo incontrati per la prima volta solo a San Francisco a un anno e mezzo dal lancio». Così per gli inizi, e così per l’intervento su Haiti, approfittando della Rete che ha abolito le distanze tra gli uomini di buona volontà e connessione accettabile: su Port-au-Prince Ory ha lavorato da Johannesburg, Erik da Nairobi, ma la situation room che per settimane ha filtrato i messaggi in creolo, inglese e francese era insediata alla Tufts University di Boston e coordinava gli sforzi di centinaia di volontari sparsi tra Ginevra, Londra, Portland, Washington e Montreal.

Quanta Africa c’è nel software dei “testimoni” kenioti? «Di africano c’è soprattutto l’abitudine a fare a meno di tutto» risponde Ory. «Se fosse nato a New York Ushahidi ci avrebbe messo sei mesi solo per uscire nella sua prima versione. Avrebbe dovuto essere da subito scaricabile su iPhone, avere una grafica ricercata, presentarsi immediatamente come un prodotto finito. A noi invece bastava che fosse pronto in fretta e potesse dialogare con i cellulari che ormai sono diffusi in tutti i villaggi». È il paradigma di un continente che ha più fame di tecnologia che mezzi per procurarsela: «Il tipico europeo pensa: dio mio, come si può vivere senza bancomat!», continua Ory. «L’africano invece inventa M-Pesa, ovvero il sistema di banking per cellulare che solo in Kenya permette a oltre nove milioni di persone di entrare nella cashless economy pur non avendo un conto corrente». Dalla semplicità al progresso, o più rudemente ancora: dalle violenze locali alle soluzioni globali. In fondo è molto amara l’ironia che fa sì che l’Africa abbia trovato la sua voce nella conversazione globale grazie alla geniale semplicità di un software nato per monitorare gli scontri tribali tra Kikuyu, Kalenjin e Luo.

Nella rete si diventa grandi in fretta: i giorni sono minuti, i mesi cambiano la vita, gli anni contano quanto eoni geologici. Nel gennaio 2008 Ory Okolloh lanciava il suo appello ai naviganti, nella primavera 2010 quello sforzo collettivo ha prodotto una comunità che oltre a frequentare l’empireo globale comincia a toccare terra e prendere piede in città. Quelli di Ushahidi oggi hanno un covo tra le palme, le mangrovie e i grattacieli di Kilimani, il quartiere residenziale a ridosso del centro di Nairobi. Si chiama iHub, è gestito dalla corroborante saggezza di Erik Hersman e dalla spregiudicata determinazione di Jessica Colaco, giovanissima computer scientist che seria seria ci porge il biglietto da visita che la presenta come Mobile Technology Evangelist. Insieme hanno cambiato le modalità di reazione alle catastrofi, insieme ci provano con il paesaggio che li circonda: «Tutto quello che vedi fra un paio d’anni sarà diverso» spalanca gli occhi Jessica. «In fondo anche allo Xerox Parc iniziarono in pochi, ma poi ne nacque Silicon Valley». Sì, Silicon Valley a Nairobi. Due anni fa il post di Ory, oggi un gruppo che prova a sostituire le tribù con la banda larga e la miseria degli slum con il peer to peer tecnologico: «Con l’iHub cominciamo a restituire alla comunità quello che abbiamo ricevuto in questi anni», dice Erik. «Ora vedi un cantiere, ma a breve questo sarà un posto unico al mondo, in cui i techies kenioti potranno lavorare, progettare, trovare un primo pubblico per i loro progetti più audaci».

Guardando questi ragazzi sprofondati nei loro computer, sentendo i loro discorsi che scambiano idee di business e domande di trasparenza, viene da pensare che Internet in fondo è nata soprattutto per loro. Nella conversazione globale Nairobi vale New York e l’Africa ci mette nulla a ritrovarsi al centro del mondo. È l’ennesima sliding door. Si è aperta una porta, l’ambiente è ancora vuoto, chissà di cosa si riempirà: «Purché non si parli solo di salute e sviluppo», ride Ory Okolloh. «Se c’è una cosa che non posso sopportare è l’idea che in Africa Internet sia più nobile che altrove. In fondo la musica piace anche a noi. Per non parlare del porno».

Fonte: Wired ItaliaGiugno 2010

Autore: Raffaele Oriani

Una Risposta

  1. […] ed efficiente. Poi anche perché quella di Ushahidi è decisamente una bella storia da raccontare: Ori Okolloh giovane avvocato e blogger, che lo ha ideato e quasi tutti gli sviluppatori del progetto sono nati […]

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