Non solo vuvuzela – E’ febbre da business

DURBAN – Mentre la vuvuzela sta spaccando l’Africa in due, da una parte chi protesta per l’abuso che ne viene fatto dentro e fuori dagli stadi, compresi alcuni giocatori (come Evra) che hanno spiegato con un inedito “troppe vuvuzele” il cattivo rendimento della propria squadra (Francia), e dall’altra i fabbricanti e i sostenitori della “deregulation”del chiasso, che per motivi diversi gradirebbero vedere addirittura moltiplicata la quantità di trombe in circolazione, il presidente del Comitato organizzatore Danny Jordaan chiarisce la posizione dei vertici sudafricani: “Suonate pure, non c’è alcuna possibilità che in Sudafrica venga vietato l’uso delle vuvuzele”. Chiedono soltanto di astenersi durante gli inni nazionali.

Ma c’è anche un business silente che funziona altrettanto. L’effetto Bafana sui tifosi di tutte le squadre incide sulle entrate del merchandising più disparato: “Non fatevi illusioni”, dicono gli opinionisti sul “Sowietan” e sul “Citizen”, “appena terminata la fase a gironi il paradiso finirà in un attimo”. “No, continuerà, resteranno meno tifosi ma saranno ancora più affamati di souvenir”, replicano le associazioni dei negozianti. Un negozio del centro di Sandton, nell’ultima settimana, ha venduto una maglietta col marchio World Cup 2010 ricavando 10 mila euro in un’ora.

Lo chiamano “frenzy business”. La frenesia dell’acquisto, il cui unico freno è la consistenza del prodotto scelto: “Abbiamo notato che la maggior parte degli “items” preferiti sono poco ingombranti. Non attraggono come ci si attendeva i palloni regolari (non avendo valvola, il Jabulani è il primo pallone che si compra già gonfio e non si può sgonfiare a meno di non farlo scoppiare), ma ne sono comunque stati venduti parecchi (40 mila). Vanno invece molto di più quelli per il mini-soccer (250 mila pezzi in una settimana). E poi una cascata di bandiere, felpe, magliette, copri-specchietto retrovisore, piccoli oggetti tradizionali intagliati in legno e poi i cilindri multicolori da cappellaio matto (che vengono prodotti in una fabbrica nella downtown di Johannesburg).

Il commercio silente (tutto materiale non rumoroso) potrebbe essere quello che a lungo termine, fra spese negli alberghi, nei ristoranti, nei fitness center e in tutti i “mall” del paese, compenserà l’esposizione economica che il Ministro delle finanze sudafricano Pravin Gordhan ha stimato in 3 miliardi di euro (trasporti, telecomunicazioni, la costruzione dei nuovi sei stadi e la ristrutturazione degli altri quattro): “Almeno la metà di questi soldi torneranno”. Quello dei Mondiali però non sarà un impatto tale da modificare per sempre l’economia del paese: “Certo da maggio a giugno i consumi sono lievitati, ma è troppo presto comunque per trarre conclusioni”, ammette il presidente della Camera di Commercio Nereu Rau.

La vendita di scarpe sportive, richiestissime anche se non di altissima qualità, può migliorare le aspettative: “Se ne vendono 50 volte più del normale”. L’80% dei rivenditori di abbigliamento sportivo annuncia di aver superato i propri standard del 40%. Si vendono anche mini-frigoriferi, materiale da camping, sdraio. Infine storia curiosa quella di Craig Marias: lo scorso anno, durante la Confederations Cup, gli venne un’idea che lui stesso non esitò a definire stupida: produrre un copri-vuvuzela. L’operazione commerciale è scattata sei mesi fa. Adesso nella sua piccola azienda di Johannesbrug lavorano 80 persone: “Fra un mese avrò guadagnato mezzo milione di euro”.

Fonte: Repubblica.it15 giugno 2010

Autore: Enrico Sisti

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