I pigmei del Congo salvano la foresta usando il Gps

Come fossero folletti benevoli, i pigmei del Congo hanno deciso di salvare la foresta che da millenni li ospita e li nutre, quella foresta equatoriale che è oggi minacciata da più insidie, siano esse le motoseghe delle aziende di legname o le fiamme con cui i grandi allevatori creano nuovi pascoli per il loro bestiame. Per preservare la giungla, i pigmei hanno cominciato a mapparne il territorio, disegnando le sue frontiere, misurando le radure e le superfici boschive, trovando un nome ad ogni altura e ogni ruscello. Compito immane, certo, ma che già un migliaio di loro, sparsi in circa duecento villaggi della Repubblica democratica del Congo, ha faticosamente intrapreso, quanto meno nell’aerea attorno ai suoi insediamenti.

Per portare a termine quest’opera ciclopica, i pigmei sono aiutati da alcune organizzazioni umanitarie, quali la Réseau ressources naturelles e la Rainforest foundation, che hanno già fornito loro decine di gps, senza i quali il lavoro richiederebbe probabilmente decenni di fatiche. Ed è curioso vedere come popolazioni di cacciatori-raccoglitori, abituate a percorrere anche duecento chilometri di piste sterrate per raggiungere il più vicino presidio sanitario, si siano in fretta abituate ad adoperare una tecnologia così sofisticata, connessa a una costellazione di satelliti.

A Manga, per esempio, un paesino di poche anime, gli uomini sono ormai costretti a camminare mezza giornata prima di catturare una scimmia o un porcospino da mettere in pentola per nutrire la famiglia. Anche nei fiumi i pesci hanno cominciato a scarseggiare e, sotto la corteccia degli alberi, non si trovano più quei grassi bruchi che rappresentano la principale fonte proteica dei popoli della foresta. Tutti, dal governo di Kinshasa agli organismi internazionali, sanno quale è il motivo di questa penuria: la selvaggia deforestazione del secondo polmone verde del pianeta, che con gli incendi che comporta è anche una delle principali cause del surriscaldamento del pianeta.

I cacciatori di Manga puntano il dito contro un’azienda di legname libico-congolese, la Itb, che nella regione possiede un territorio pari a circa 300.000 ettari. “Hanno già abbattuto tutti gli alberi sui quali pullulano i bruchi”, si lamenta Besoki, uno degli uomini del villaggio che ha cominciato a mappare il territorio dove i suoi avi cacciano da generazioni. Besoki è scalzo e porta legato al collo un vistoso navigatore satellitare giallo canarino. Assieme a un paio di compagni sta risalendo un torrentello quasi prosciugato, che fino a qualche anno fa forniva pesce a sufficienza a tutti abitanti della zona.

Besoki spera che una volta disegnata la mappa della regione, con i suoi corsi d’acqua, i suoi alberi monumentali e il suo sottobosco abitato dagli spiriti dei morti, questa sarà finalmente al riparo dalle mire e dalla bramosia dei mercanti di legname. Questo è quanto gli hanno spiegato, forse a ragione, gli operatori delle ong. C’è solo una cosa, anzi, un rumore, che lo preoccupa. Quello, sempre più assordante, delle motoseghe.

Fonte: Twende.it – 19 maggio 2010

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