Nell’altra metà del Sudan, le donne sorridono

Da una parte c’è il Darfur, teatro di violenze e diritti calpestati. Dall’altra la Nubia, una terra baciata dal Nilo, dove le donne sono unite e forti. Come le regine da cui discendono.

Aisha cammina sicura, avvolta nel velo colorato che chiamano “tub”. E’ appena uscita dalla sua casa d’argilla, gialla all’interno e con disegni geometrici fuori. Ora va verso il Nilo, lasciandosi alle spalle il suo piccolo villaggio nel deserto nubiano e le dune di sabbia sullo sfondo. Accanto all’uomo che 24 ore fa è diventato suo marito, Aisha incede con la stessa eleganza regale delle sue antenate.

“Le donne nubiane hanno avuto per millenni un posto rilevante nella storia”, spiega. “Nel XVI secolo avanti Cristo, Ahmose Nefertari regnò sull’Antico Egitto finché il figlio Amenhotep non raggiunse l’età adulta. Più tardi altre donne, le regine Candace, governarono la Nubia, che è chiamata il Paese dell’oro perché ne è ricca”.

Oggi questa regione a cavallo tra Egitto e Sudan mostra ancora testimonianze delle antiche civiltà: templi e piramidi che incantano i rari visitatori occidentali. Ma per Aisha questa è semplicemente la sua terra. E il suo modo di renderle omaggio è mantenere vive le tradizioni che i genitori le hanno insegnato.

“Ieri, attorniata dalle donne della mia famiglia, ho atteso il momento in cui il mio sposo è venuto a prendermi per condurmi all’esterno” racconta con un sorriso timido. “Mi sono seduta al suo fianco, in mezzo alla folla, davanti agli oggetti che caratterizzano le cerimonie nuziali: coppe d’incenso, oli e creme. […] Per spostarsi, non usiamo auto e moto, solo asini e qualche carretto di legno”. Ma spesso si va a piedi, come fanno ora Aisha e il suo sposo. Seguendo un rito antichissimo, dopo la prima notte di nozze vanno a bagnarsi nel Nilo, il simbolo della vita, che consente la sopravvivenza in queste terre altrimenti desertiche.  […]

Anche le donne partecipano ai lavori nei campi, così’ come alla vita sociale del villaggio. “Una mia zia ha una bancarella al mercato dove vende le verdure che produce, un’altra gestisce una piccola sala da tè frequentata principalmente da uomini”. dice Aisha. In questo angolo di Africa non sembra esserci una rigida separazione tra i sessi come in altre regioni musulmane, anche se l’uomo conserva una posizione di privilegio e può avere più mogli. Qui tutti credono nell’Islam, che ha soppiantato da qualche secolo il Cristianesimo e le religioni tradizionali, ma le tracce del passato influenzano ancora alcuni comportamenti.

I nubiani sono aperti e ospitali con gli stranieri, così come con i loro vicini. Condividere il cibo è un’abitudine quotidiana, non riservata alle grandi occasioni. “Prima di pranzo, i bambini vengono mandati dai vicini a portare una porzione dei piatti cucinati” racconta Aisha. “La solidarietà è alla base delle attività del villaggio e in ogni casa, per quanto povera, c’è spazio sufficiente per un gran numero di ospiti. L’educazione dei bimbi è affidata a tutto il villaggio. Così, mentre una mamma si dedica alla cucina o lavora nei campi, c’è sempre qualcuno che a turno bada ai suoi figli”.

A volte le donne portano sul volto delle cicatrici rituali, le scarificazioni, considerate simbolo di bellezza. Aisha non ha ancora questi segni, che identificano il ruolo sociale e l’appartenenza a una trbù, e indicano la maturità della donna pronta a essere madre. Forse non ne avrà bisogno, nemmeno quando avrà dei bambini. La sua maturità l’ha già dimostrata, dichiarando: “Ai miei figli voglio assicurare un futuro mandandoli a studiare, anche a costo di grossi sacrifici”.

Forse i suoi figli avrebbero opportunità migliori se vivessero nella capitale Karthoum, una città di 7 milioni di abitanti, lontana 400 chilometri dal villaggio. Ma nella Nubia avranno una vita tranquilla, molto più che in altre regioni del Sudan. Nel Sud del Paese avvengono spesso violenze, specie contro i cristiani, e nell’Ovest, in Darfur, si registra secondo l’Unicef  “la più grave e complessa emergenza umanitaria attualmente in corso nel mondo”.  Due aree nel cui sottosuolo c’è il petrolio e dove i conflitti legati a ragioni tribali sono stati strumentalizzati per interessi economici.

Ma in questo villaggio tutto è tranquillo. Qui non c’è guerra. Qui non c’è il petrolio, per fortuna.

Fonte: TuStyle

P.S: la splendida immagine di apertura è tratta dalla pagina dedicata a Sisterhood for Peace dal sito Humanity United.

2 Risposte

  1. Spero non vi dispiaccia se abbiamo trasferito questo post nel nostro sito http://www.piovesolidarieta.org

    Grazie, Maria Grazia

  2. Una cosa del genere, cara Maria Grazia, non può che lusingarci. Un caro saluto e Buona Pasqua! 🙂

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