Ci ho provato e ce l’ho fatta – Una storia d’Africa

La curiosa vicenda di un quattordicenne del Malawi che ha costruito un mulino a vento per dare elettricità alla sua casa e alla sua famiglia.

«Prima che scoprissi il miracolo della scienza, la magia governava il mondo». Così inizia The boy who harnessed the wind, il libro che racconta la storia di William Kamkawamba, un ragazzo del Malawi che a quattordici anni ha costruito un mulino a vento con alcuni pezzi di scarto. Voleva rifornire la sua casa di elettricità e fare qualcosa per non essere condannato a lavorare la terra della sua famiglia tutta la vita.

La sua storia ha commosso prima la blogosfera africana, poi la platea della Ted Conference ad Arusha (Tanzania) nel 2007, e, da qui, è rimbalzata sulla prima pagina del Wall Street Journal fino poi a diventare un libro, scritto in collaborazione con il giornalista dell’Associated Press Bryan Mealer e ora tradotto in italiano da Rizzoli.

Oltre le circostanze

Una vicenda che sembra uscita da un romanzo, più che esserne il contenuto, e il cui aspetto più sorprendente,  scrive Ethan Zuckerman «non è l’improbabile sequenza di eventi che hanno portato William dall’anonimato alla prima pagina del Wall Street Journal, ma il fatto che la sua creatività e le sue ambizioni non siano state cancellate dalle circostanze». L’Africa di William, infatti, è un paese dove la notte gli stregoni rubano la testa agli uomini e ci giocano a calcio, le gomme da masticare potrebbero essere avvelenate da una pozione magica, e il candidato alla presidenza promette scarpe per tutti ma poi ritratta subito dopo l’elezione. Un paese dove convive scienza e magia, speranza e rassegnazione, ingenuità e creatività.

Qui, nel 2001 William trova un vecchio libro in una sperduta biblioteca vicino a Wimbe, il villaggio del Malawi dove vive. Si intitola Using energy e sulla copertina c’è una lunga fila di pale eoliche. «Non sapevo che cosa fossero», scrive William, «tutto quello che vedevo erano torri bianche con tre pale che si alzavano verso il cielo come giganti». In quel periodo il Malawi è colpito da una grave carestia. William mangia una sola volta al giorno, e non frequenta la scuola perchè i genitori non possono permettersi di pagare la retta. «Immaginate che una forza ostile abbia invaso la vostra città e che la sconfitta sia praticamente certa», legge William nel libro, «se  serve un eroe per salvare le vostre sorti, provate a cercare nella più vicina università e portate uno scienziato in battaglia».
Meravigliosamente solo

Dopo aver raccontato come Archimede durante l’assedio di Siracusa utilizzò gli specchi per bruciare le navi dei romani, il libro spiega il potere dell’energia e come funziona un impianto eolico. «Tutto quello di cui ho bisogno è un mulino», conclude William, «con un mulino posso stare sveglio la sera a leggere invece di andare a letto alle sette come tutto il resto del Malawi. E posso procurare acqua per irrigare i campi di casa, così da non soffrire più la fame». In un paese, come il Malawi, in cui solo il 2% della popolazione possiede l’elettricità, ma il vento soffia quasi ininterrottamente giorno e notte, l’idea di William non è poi così bizzarra, come invece, appare a familiari e agli amici che seguono l’impresa i primi con preoccupazione, gli altri con un fare scherzoso.

Inizialmente William cerca di spiegare, di coinvolgerli, poi rinuncia e decide di mettere tutti davanti al fatto compiuto. Si rifugia in una discarica, dove era solito giocare da bambino, che gli appare improvvisamente una «miniera d’oro», un posto dove poter stare «meravigliosamente solo», dove dimenticare la delusione per non poter frequentare la scuola, e soprattutto dove trovare i pezzi necessari per il suo mulino. Trova un ventilatore di un trattore, delle grosse lame arruginite, un enorme assorbitore d’urto (cuscinetto), un pistone, una bobina arruginita e così via. Pezzi che nei giorni seguenti assembla come quelli di un puzzle e che man mano prendono forma.
Non ero pazzo

Il momento in cui William riesce ad avviare il mulino e a illuminare la sua stanza è tutto da leggere. Non è possibile raccontare l’emozione che si prova immaginando la scena: la gente che si raduna intorno aspettando il suo fallimento (perchè almeno, così, è più facile accettare la rassegnazione), i timori e le speranze della madre e delle sorelle, il cuore di William che batte mentre cerca di avviare il mulino muovendo il raggio della bicicletta, fino a quando, poi, appare la luce e tutti intorno iniziano ad applaudire mentre William saltando grida: «Ve l’avevo detto che non ero pazzo».  Un urlo liberatorio che ha il sapore di una rivincita nei confronti degli increduli ma soprattutto di un paese che non gli permette di avere quanto desidera.

Quello che n’è seguito è per certi versi ancora più sorprendente, se si pensa che William non aveva conoscenti, amici, patroni che si prendessero cura di lui e della sua invenzione. Almeno fino a quando, qualche anno dopo, nel 2006, Hartford Mchazime, un docente legato a una Ong, decide di farsi quattro ore di macchina (richiamato da alcuni colleghi che avevano visto il mulino) per andare a conoscere quel ragazzo che aveva imbrogliato il vento. «Quello che ha fatto vostro figlio è sorprendente», spiega Mchazime ai genitori di William, «e questo è solo l’inizio. Ho la sensazione che vostro figlio farà strada e vorrei che voi vi foste pronti».
TedGlobal

Mchazime convoca i giornalisti delle più importanti testate del Malawi, che pubblicano foto e interviste. Decide poi che William debba riprendere al più presto gli studi, non c’è più tempo da perdere, e non riuscendo ad ottenere la risposta che vuole da diverse scuole, si reca direttamente al Ministero dell’istruzione che provvede a iscrivere di William – non senza mostrare prima alcune resistenze – in una scuola a un’ora di strada dal suo paese. Nel frattempo Emeka Okafor, famoso blogger nigeriano e imprenditore, nonchè direttore del programma della TEDGlobal conference del 2007, legge su un blog malawiano la vicenda di William, e decide di invitarlo come ospite all’evento.

«Non sapevo ancora dove si tenesse la conferenza, immaginavo a Lilongwe», racconta William, «così inizio a immaginarmi per le strade della capitale. La gente dice che Lilongwe è piena di ladri ma non avevo paura. Se qualcosa fosse successo, avevo deciso, sarei entrato in un mercato e avrei chiesto aiuto a una donna. Le donne ti aiutano sempre». La conferenza, invece, si tiene ad Arusha, in Tanzania, e William per la prima volta prende un aereo e dorme in un albergo: «Un hotel? Starò in un hotel? Pensavo che avrei dorminto in una guesthose vicino a una di quelle zone rumorose dove sta la porvera gente». Ad Arusha, il giorno della conferenza, William, per la prima volta prova un computer, naviga su internet e fa una ricerca su Google naturalmente con la parola “mulino”. Poi arriva il momento di salire sul palco, le gambe gli tremano, le parole svaniscono, Chris Anderson lo guida, ma è proprio la sua semplicità e il suo essere impacciato che colpisce la platea.

I try and I made it

Alla fine del racconto tutti si alzano in piedi per applaudire, qualcuno è commosso. «I try and I made it», diviene il tormentone della conferenza. William è felice. «Per la prima volta nella mia vita», commenta nel suo libro, «mi sono sentito circondato da persone che capivano quello che avevo fatto. Un grande peso aveva lasciato il mio petto. Potevo rilassarmi. Ero finalmente fra colleghi». William Kamkwamba oggi vive in Sudafrica, dove grazie a una borsa di studi frequenta l’African Leadership Academy a Johannesburg. In Malawi ha costruito un mulino ancora più grande per illuminare non solo la sua casa, ma anche il suo villaggio e per questo negli Stati Uniti ha ricevuto diversi premi. Di lui Nicholas Negroponte ha scritto: «La genialità di William sta nella sua ingenuità». Mentre Chris Anderson, direttore di Wired: «Mi piace scoprire quanto possiamo imparare da chi non ha nessuna possibilità».

Fonte: Apogeonline
Autore: Marta Mainieri

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