Hyenas di Djibril Diop Mambety finalmente in DVD

Dopo il dittico di corti formato da Badou Boy (1970) e Contras’ City (1969), che definimmo a luglio come una primizia di valore internazionale (vedi articolo), Rarovideo raddoppia, regalandoci l’uscita homevideo di uno dei due capolavori di Djibril Diop Mambety, il regista più controcorrente e innovativo del cinema africano, vale a dire Hyènas, realizzato nel 1992, a quasi vent’anni dalla rivelazione di Touki bouki (1973).

A curare il DVD ancora Roberto Silvestri, per la collana Illegal & Wanted, che aggiunge al film tre extra di pregio, oltre a un booklet ricco di info e notazioni critiche: su tutti, il mediometraggio Parlons Grand-mère (1989), antimaking of di Yaaba, commissionatogli dall’allora emergente Idrissa Ouédraogo per farlo rientrare nel giro del cinema; ma meritano anche la doppia videointervista di Mohamed Challouf a Djibril e al fratello musicista Wasis Diop (Djibril & Wasis) e la ripresa della performance in radio di Wasis a Radio Popolare, in occasione di un concerto a Milano nel 2009 (Wasis a “Jalla Jalla”).

Realizzato in coproduzione fra Svizzera, Francia e Senegal, Hyènes ha la particolarità di essere uno dei rari adattamenti di registi dell’area sub sahariana da romanzi non africani. La fonte è Der Besuch der alten Dame (La visita della vecchia signora), dramma scritto nel 1956 – in Italia lo pubblica Einaudi – dallo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt, morto appena due anni prima dall’uscita del film e a cui Hyènes stesso è dedicato: Mambety ne mutua soggetto e intreccio, trasponendolo dalla Svizzera degli anni ’50 a un immaginario paese del Sahel negli anni ’80.

L’ambientazione è volutamente vaga: la cittadina Colobane altro non è che il quartiere di Dakar dov’è nato Mambety e anche sull’ancoraggio cronologico il regista ha volutamente mescolato le carte. (All’inizio del film si dice che la protagonista torna dopo trent’anni di esilio; nella sequenza dell’accoglienza alla vecchia signora, l’antico giudice ricorda di aver lui stesso emesso la sentenza all’origine dell’esilio nel 1945, quindi dovremmo datare l’azione al 1975, ma nel film si cita più volte il Burkina Faso, che nel 1975 si chiamava ancora Alto Volta e avrebbe assunto questo nome solo nove anni dopo…)

L’azione si apre nell’emporio di Draman Drameh (Mansour Diouf), un attempato ma ancora vivace notabile della cittadina di Colobane, un tempo ricca e prospera e ora ridotta in rovina. Agli avventori, perlopiù mendicanti, che frequentano il negozio, arriva da un banditore la notizia del grande ritorno di Linguère Ramatou (Ami Diakhaté), una concittadina fuggita trent’anni prima e ora divenuta multimiliardaria. Il sindaco e tutti i consiglieri le preparano un’accoglienza degna di una regina ma la donna, uscita anni addietro miracolosamente viva da un incidente aereo e ricoperta da protesi metalliche, gela subito gli astanti: tutti sanno che se ha dovuto lasciare il villaggio è perché era incinta di Draman e lui pagò due ubriaconi perché testimoniassero di aver avuto rapporti con lei, condannandola a una vita da prostituta d’alto bordo; Linguere è disposta a donare al villaggio cento miliardi ma chiede il cambio la vita di Drameh.

Il sindaco reagisce con ostentata indignazione alla richiesta della donna ma l’indomani l’emporio di Draman trabocca di compratori a credito e tutti in città cominciano ad esibire vestiti nuovi e sembrano presi dalla smania di comprare elettrodomestici e beni di lusso. Draman si sente sempre più accerchiato. Il sindaco e il prete cercano di convincerlo a lasciare il paese in treno o magari ad uccidersi ma l’uomo decide di andare incontro al proprio destino, mentre Linguere assiste con un sorriso amaro al sorgere del regno delle iene su quella che un tempo era Colobane.

L’operetta morale di Dürrenmatt diventa nelle mani di Mambety un apologo feroce e tristemente profetico sull’Africa nei tempi della globalizzazione, un continente stretto nella morsa dei prestiti della Banca Mondiale e delle speculazioni finanziarie, in mano a una classe dirigente avida e corrotta, che spesso ha svenduto beni e servizi primari ai privati, compromettendo la qualità della vita degli abitanti e il futuro dei suoi giovani. Memore degli insegnamenti di Lumumba, Nkrumah e Sankara, Mambety usa il plot dello svizzero per disegnare con il suo bisturi i contorni dell’apocalisse imminente, ma lo fa senza rinunciare all’amore, potremmo dire quasi felliniano, per i suoi personaggi, spesso usciti dalla sua vita vissuta e affidati a volti e corpi incastonati nel quotidiano dei quartieri poveri di Dakar, dove passava il più del suo tempo – come Linguere, interpretata da una venditrice al mercato.

Nessuno di loro viene mai reificato e ridotto a una funzione narrativa o simbolica, a partire dalla stessa Ramatou, implacabile nella sua fragilità di donna tradita, ma ancora disposta a proiettarsi in una vita oltre la morte, da condividere con l’amato Draman. Come l’eroina ancipite di Touki bouki (una giovane anticonformista disposta a tutto pur di raggiungere quell’angolo di paradiso che è Parigi), Ramatou è emblema di un’Africa tradita dalla tradizione, svenduta al miglior offerente, ma che alla fine presenta il conto a chi ne ha fatto mercimonio, e vuole essere ripagata trasformando tutto intorno a sé in un immenso bordello.

Visionaria e apocalittica parabola, Hyènes, presentato in concorso a Cannes nel 1992, ci restituisce un Mambety più riflessivo e quasi epico, lontano dalle scansioni narrative anarchiche e dalle accensioni liriche di Touki bouki, ma straordinariamente abile nel valorizzare spazi e corpi – i costumi sono della grande stilista Oumou Sy – e nel dare una dimensione tragicamente coreutica alla massa dei piccoli personaggi che affollano l’azione: anche la scrittura appare più controllata, giocata com’è nella dialettica ricorrente fra campi medi e lunghissimi, e la sintassi – il montaggio è firmato da Loredana Cristelli – meno ellittica e più discorsiva.

Il commento sonoro, mai piegato a facili sottolineature espressive, straniante e talvolta ipnotico, è firmato dal fratello Wasis Diop, autore di numerosi soundtrack del nuovo cinema africano (Samba traoré, Ndeysaan, Daratt) e non solo, a cui sono dedicati due degli extra e parte del booklet. Ancora dunque un must assoluto da Rarovideo, benché Hyènes fosse già presente sul mercato, sia negli States che in Europa.

Leonardo De Franceschi

Fonte: Cinemafrica

 

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