L’Africa difende il clima al vertice di Copenhagen

“Non è il momento di giocare con la vita delle persone”: il nigeriano Ezuiche Ubani fa parte della “Rete dei parlamentari panafricani contro i cambiamenti climatici” (Papncc) e a Copenhagen esprime la delusione – forse anche la rabbia – del continente che inquina di meno ma “paga” di più. “I delegati africani – sostiene Ubani – non sottoscriveranno alcun accordo che non tenga conto della loro posizione”.

Ieri la conferenza internazionale sul clima organizzata dall’Onu nella capitale danese è stata segnata dalla decisione di sospendere i negoziati annunciata dal G77, l’alleanza che riunisce i paesi in via di sviluppo dal Brasile al Sudafrica, dal Sudan all’India, prima delle rassicurazioni che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto.

A volere di più e di meglio al Nord del mondo è stato anche il gruppo dei “Paesi meno avanzati” (Pma), al quale aderiscono molti stati dell’area sub-sahariana. Quando chiede che sia accolta la posizione africana, Ubani fa riferimento a una dichiarazione approvata di recente a Nairobi al termine del “Secondo vertice dei parlamentari panafricani sui mutamenti climatici”. Il testo ricorda alcuni passaggi chiave della “Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici” (Unfccc), una sorta di piattaforma negoziale che fornisce le linee guida anche per la conferenza di Copenhagen.

I parlamentari africani ricordano l’impegno delle “parti” a proteggere clima e ambiente “sulla base di un principio di equità” e “nel rispetto delle loro responsabilità comuni ma differenti”. Il punto di partenza centrale è che l’Africa “contribuisce in modo insignificante” al surriscaldamento globale ma “subisce il peso delle conseguenze negative” di questo fenomeno.

Di qui la richiesta alle potenze industriali di ridurre le emissioni globali del 40% entro il 2020, rispetto al livello del 1990, e di almeno l’80% entro il 2050. Di qui, ancora, la richiesta ai paesi del Nord del mondo di stanziare somme equivalenti ad almeno l’1,5% del loro Prodotto interno lordo (Pil) per favorire l’adattamento dei “poveri” alla nuova realtà climatica. Oltre a “responsabilità”, la parola chiave è comunque “cooperazione”: mentre a Copenhagen arrivano i capi di stato e di governo, va letta in questa prospettiva la richiesta al Nord del mondo di “promuovere, facilitare e finanziare il trasferimento di tecnologie valide da un punto di vista ambientale, innovazioni e know how”.

Fonte: Misna.org – 15 Dicembre 2009

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