Le città del futuro – Kigali

Kigali tecnologica

Dio gira il mondo ma si ferma da noi

Quindici anni fa c’erano solo fosse comuni, oggi si scava per posare i cavi di fibra ottica.  Kigali è la capitale di un paese che non ha petrolio, non ha diamanti, non ha nemmeno il mare. Eppure si è montata la testa: punta sull’hi-tech per sfuggire al sottosviluppo. In un ‘Africa che sembra la Svizzera. Con la speranza che le mille colline del Ruanda smettano di evocare i fantasmi del genocidio.

La Zurigo africana è l’hub tecnologico e politico del continente che cambia

Dimenticate le metropoli africane: la folla, il caos, i profumi inebrianti, la violenza dietro l’angolo, la musica dappertutto. Pensate a Zurigo, prosciugatele il conto in banca, regalatele luce tutto l’anno. Poi trasferitevi all’Equatore, immergetevi nel verde, circondatevi di palme, rinfrescatevi con 1.500 metri d’altitudine. Tranquilla, pulita, con un passato d’orrore e un futuro high tech: è questa la carta d’identità di Kigali, che con il suo milione di abitanti è la capitale del Ruanda ma aspira a diventare uno degli hub politici e commerciali dell’Africa che cambia.

Non è una città per fumatori, perché le strade sono sempre troppo linde per gettare un mozzicone; non è una città per avventurieri, perché ti senti sicuro anche di notte, quando i pochi lampioni non bastano a riconoscere chi ti viene incontro. Quindici anni fa era poco più di un villaggio, lacerata dalle stragi e dalla guerra. Oggi è una capitale atipica, dove gli uffici dei ministeri si alternano a colture di fagioli e piante di kassava. C’è un gran silenzio a Kigali, come una specie di armonia: donne che si affrettano in fila indiana, ragazzini che escono da scuola, funzionari che progettano il futuro. Ognuno al suo posto, con una flemma vorace – o un’urgenza tranquilla – che brucia le tappe e sta cambiando il paesaggio.

Oggi il Ruanda è un paese povero, in cui il 90 per cento della popolazione vive di agricoltura e si sente al sicuro solo se ha una vacca in cortile. Ma mentre il popolo si accontenta di nulla, i leader si sono montati la testa: invece di pensare alle tasche proprie come i colleghi di gran parte del continente, perseguono la parità uomo-donna e programmano l’uscita dalla miseria con quella che una volta si sarebbe chiamata fermezza teutonica e oggi andrebbe ribattezzata determinazione orientale: «Non per nulla abbiamo affidato la posa della dorsale di fibra ottica a una azienda sudcoreana» ci dice Tony Sebera, giovane ingegnere responsabile di una delle opere principali sulla strada della modernità. «Abbiamo completato il cablaggio della città, entro dicembre sarà il turno di tutto il paese».

Dallo scorso luglio anche l’Africa orientale è collegata alla Rete con diciassettemila chilometri di cavo sottomarino da e per l’India e l’Europa. Prima bisognava affidarsi al satellite ed erano costi altissimi e collegamenti precari, ora internet è alla portata di tutti, soprattutto dei ruandesi che si stanno preparando meglio di altri. Ma il dubbio resta: possibile che pensino alla fibra ottica quando sono quasi privi di elettricità? Che senso ha internet in ogni villaggio quando l’acqua è un lusso per poche case? «Siamo costretti a saltare dei passaggi» risponde l’ingegnere. «Vogliamo che i dispensari interagiscano con gli ospedali, che i businessmen si trovino a loro agio, che i bambini abbiamo accesso al mondo. Per noi la tecnologia non è un lusso ma l’unica chance di uscire in fretta dal sottosviluppo».

Kigali è una piccola capitale che sta cambiando pelle e il Ruanda, per la World Bank, è il Top business reformer 2009: il Paese che nell’ultimo anno più ha migliorato le condizioni per fare impresa. «Corrono troppo» dice un imprenditore europeo in città da una vita. Probabile che siano dello stesso avviso le centinaia di poveracci che si addensavano nelle casette di latta del centralissimo quartiere di Kyovu e – in omaggio al “modello orientale” – sono stati spazzati via per fare posto a torri di uffici. Perché qui le maniere sono spicce, anche se tutt’altro che improvvisate: «Nei prossimi anni Kigali è destinata a ingrandirsi in modo esponenziale» ci dice il sindaco, la signora Aisa Kirabo Kacyira. «Per questo dobbiamo ridisegnare i rapporti tra quartiere e quartiere». Passeranno da uno a tre milioni di abitanti, il centro sarà spostato di una decina di chilometri, il nuovo aeroporto si ritroverà quasi al confine con il Burundi. È il prezzo – o forse il premio – da pagare al grande balzo promesso dal presidente Paul Kagame.

A Kigali il cambiamento è un imperativo, la tecnologia un passaggio obbligato, ma lo spauracchio vero sono le caotiche megalopoli del continente: Nairobi in Kenya, Lagos in Nigeria… C’è un modo per evitare il passaggio dai campi alle bidonville e dalla sonnolenza al caos? Negli Usa ci credono, e al masterplan della capitale ruandese hanno assegnato il premio Daniel Burnham 2009 dell’Unione degli urbanisti; all’Onu sono entusiasti e all’energica sindaco hanno conferito il premio Habitat 2008 per le “città armoniose”.

E in loco? Kigali è una città docile, dove i ragazzi dei moto-taxi hanno sempre due caschi – uno per sé e uno per il passeggero -, dove una volta al mese uomini e donne si dedicano al volontariato, dove per strada non c’è un ambulante perché farebbe confusione e nessuno mendica perché le autorità dicono che non sta bene. Come il Ruanda, anche la sua capitale vive di coesione sociale e pugno di ferro politico. In molti si chiedono se reggerà al salto nell’ultramodernità tecnologica.

P.S: tra le curiosità citate nell’articolo c’è A Thousand Hills di Stephen Kinzer, libro che racconta “Il miracolo del nuovo Ruanda” e quella che viene definita dall’autore dell’articolo come “La migliore libreria di Kigali”, la Librarie Ikirezi, ove è possibile trovare “un’ampia scorta di v0lumi in inglese e francese”.

Fonte: Io, donna del 2 ottobre e Corriere.it  – Articolo di Raffaele Oriani

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