Le imprese italiane investono in Africa

 La diga di IngulaLa Cremonini ha potenziato i suoi impianti di stoccaggio della carne che importa dall’Europa dell’Est e distribuisce in Angola e Congo. La Ferrero ha appena costruito una fabbrica da 10 milioni di euro a Vereeniging vicino Johannesburg, la città dove fu firmato il trattato di pace angloboero nel 1902, per produrre i Kinder Joy destinati al mercato asiatico. E poi ha messo a dimora un milione di noccioli per diversificare i suoi approvvigionamenti. La Cmc di Ravenna ha rafforzato la presenza in Mozambico ma soprattutto ha vinto insieme a Impregilo una commessa da 650 milioni di euro per costruire la diga di Ingula in Sudafrica.

La Finmeccanica ha aperto un ufficio a Nairobi in occasione della fornitura di sistemi radar di controllo del traffico aereo da 25 milioni di euro negli scali kenioti, cui si sono aggiunti un contratto analogo da 8 milioni con l’Etiopia e uno da 11,6 milioni in Senegal. C’è anche un po’, anzi parecchia Italia nel nuovo miracolo africano. «Per venire a investire in Africa occorre una visione di lungo periodo», ricorda Giampaolo Bruno, capo dell’ufficio Ice di Johannesburg. «Sono utili gli attivismi come quello della Confapi dell’EmiliaRomagna che periodicamente viene qui con un nutrito numero di piccole imprese per verificare le opportunità di business».

Altrettanto di ampio respiro le iniziative appena lanciate dalla Fondazione Banco di Sicilia: «Vogliamo finanziare un parco agroittico alimentare probabilmente in Zambia che serva da progettopilota per la prima trasformazione del prodotto che è il punto dolente nell’economia africana», spiega Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione. «Finanzieremo anche un’agenzia per la formazione specialistica che serva a trattenere in Africa i talenti, e un progetto di telemedicina».

Malgrado la recessione, con quella forza di volontà indomabile che gli riconosceva Ryszard Kapucisnski nel suo commovente Ebano, gli africani si rimboccano le maniche. Al di là del boom dei telefonini e delle superspese degli oligarchi nigeriani negli shopping mall londinesi, il continente che come dice il ghanese Kofi Annan «ha pagato più di chiunque altro una crisi che ha contribuito meno di chiunque altro a provocare», cerca di risalire la corrente. Certo, i guasti sono pesanti: la commissione Onu per l’Africa calcola che la crisi costerà 251 miliardi di dollari nel 2009 e 277 nel 2010 di mancate esportazioni verso l’occidente. Solo verso l’America l’export è crollato del 60% quest’anno rispetto al 2008, quando già l’intero interscambio non era stato superiore a 104 miliardi di dollari, ormai inferiore a quello con la Cina. «L’interscambio UsaAfrica scrive la Oxford Analytica non supera l’1% del totale dell’export americano e del 3% delle importazioni».

Si aggiungono vicende dal sapore western che sembrano tratte da un romanzo di Joseph Conrad. L’Institute for Development, un thinktank londinese, ha denunciato la settimana scorsa il “furto dei terreni”: spregiudicati speculatori provenienti dall’Arabia Saudita e dalla Corea del Sud si sono piazzati in territori enormi nel Madagascar, in Etiopia, Mali e Sudan, paesi con cronici problemi alimentari come stava ricordando nelle stesse ore la Fao nella sua assemblea a Roma.
Hanno cominciato a coltivarvi ogni genere di beni agricoli che poi hanno reimportato nel loro paese lasciando zero profitti agli ignari paesi ospitanti. Lucrando sulle carenze organizzative (non esistono mappe catastali) si sono impossessati di una superficie complessiva di 2,5 milioni di ettari, metà della terra arabile del Regno Unito. «Intanto il 25% dei fabbisogni alimentari dell’Africa viene importato, con una spesa di 44 miliardi di dollari l’anno scorso pari all’11% del valore delle importazioni, il doppio della media mondiale», commenta Marina Mira d’Ercole, che ha coordinato uno studio sull’Africa della Ambrosetti European House appena presentato. «Eppure si vedono segnali confortanti in paesi quali Ghana, Angola, Mozambico, Zambia».

L’Africa è un continente senza pace. Solo la settimana scorsa sono stati uccisi dall’esercito 157 dimostranti prodemocrazia in Guinea, le autorità somale hanno ammesso che il fenomeno della pirateria (43 assalti offshore quest’anno) è totalmente fuori controllo, sono riprese le deportazioni incrociate fra Congo e Angola (16mila congolesi rifugiati in Angola espulsi da agosto ad oggi e 14mila angolani buttati fuori dal Congo). Ma proprio per questo sono doppiamente meritevoli gli sforzi per riscattarsi: d’accordo che si parte da una base molto bassa ma non possono non colpire i tassi di crescita a due cifre di molti paesi. E il Ruanda si è valso un titolo speciale dall’Economist della scorsa settimana: quello del paese al mondo (il secondo è il Kirgijzistan) che ha il più veloce tasso di crescita mensile in questo momento.

Articolo di Eugenio Occorsio – Repubblica.it Affari e Finanza, 19 Ott 2009

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