Il sangue e la paura del Mozambico

 

MAPURangel MozTO – Sono cinque ragazzini, tutti addormentati sul marciapiede di una strada. Il fotografo li ha sorpresi così, nel sonno, stremati da chissà quale massacrante corvée. In un altro scatto, l’obiettivo ha catturato lo sguardo di un bimbo che di anni ne avrà sei o sette. Il piccolo ha la fronte marchiata col fuoco, come i fianchi di una delle mucche che doveva pascolare e che gli era forse scappata. Una terza immagine mostra invece un bambino sorridente e fiero del mandrillo semi scuoiato che porta legato a un bastone.

 

Ci sono poi le foto cruente della lotta per l’indipendenza dal giogo portoghese, e quelle altrettanto feroci della guerra civile che dal 1975 al 1992 ha insanguinato il Mozambico: ritraggono armi, attentati, cadaveri, soldati strafottenti e civili impauriti. Sono proprio queste ultime che compongono il tesoro del Centro di documentação e formação fotografica di Maputo fondato da Ricardo Rangel, decano del giornalismo mozambicano e illustre fotografo africano, morto lo scorso 11 giugno a 84 anni.

 

Nel 1983, in piena la guerra fratricida, quando non si poteva uscire dalla capitale senza farsi sparare addosso, Rangel volle creare un archivio che conservasse la memoria iconologica del suo paese. “Da ora in poi”, disse il fotografo, “ogni volta che ci serve un’immagine della nostra storia, non dovremo più rivolgerci alle agenzie di Lisbona o di New York”. Così è stato. In oltre un quarto di secolo, con pazienza e coraggio, Rangel e la sua équipe di entusiasti fotoreporter hanno raggiunto la meta che s’erano prefissi: raccogliere e catalogare tutte le immagini che dalla fine dell’Ottocento raccontano la storia del Paese.

 

Il Centro è stato finanziato ai suoi inizi dalla Cooperazione italiana, ed è nato grazie alla preziosa collaborazione del Comitato per il coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario (Cosv). Cooperazione e Cosv sono nuovamente intervenuti nel 2003, quando è stato necessario cominciare a digitalizzare il materiale fotografico che da decenni giaceva dentro scatole di cartone, per salvarlo dall’usura del tempo. Oggi, l’archivio di Maputo è diventato un’istituzione indispensabile a tutta la stampa del sud dell’Africa, ma anche alle scuole, università o altre istituzioni che possono accedere all’archivio e scaricare documenti fotografici. Il Centro organizza mostre, fornisce servizi, partecipa e contribuisce con il suo lavoro all’educazione dei giovani.

 

Il nucleo attorno al quale è cresciuta la collezione consiste nelle prime foto scattate da Rangel agli inizi degli anni Cinquanta. Buona parte del suo lavoro fu in seguito distrutto dai portoghesi poiché Rangel, libero pensatore e indipendentista, era mal visto dai colonizzatori. Ma qualcosa rimase, qualche centinaio di negativi, tanto da costruirgli attorno l’unico archivio africano in grado di competere con quelli di altri continenti.

 

I primi tempi del Centro furono i più difficili, sebbene furono proprio i tragici eventi che travagliavano il Mozambico ad arricchire il materiale d’archivio. Erano anni in cui bastava uscire per la strada con la macchina fotografica per immortalare dolore. Il dolore di un popolo che dopo essersi liberato da uno spietato colonizzatore, cominciò a straziarsi in un conflitto fratricida.

 

Con la pace siglata a Roma nel 1992 si è aprì un nuovo capitolo nella storia di uno tra i paesi più poveri del mondo. Da allora, i fotografi del Centro non hanno mai cessato di dipingere la realtà del loro paese con un approccio all’immagine che, per alcuni, si inserisce nella grande tradizione dei fotografi dell’agenzia Magnum.

 

Oggi, il Centro consiste in poche stanze male illuminate dove ancora aleggia, nonostante l’uso sempre più esclusivo del computer, un forte odore di carta e di acidi. È l’odore degli archivi di una volta, lo stesso che si ritrova dai Fratelli Alinari a Firenze, o nell’agenzia Roger Viollet di Parigi. Quello che fino a poche settimane fa fu il regno di Rangel è un luogo ordinato, silenzioso, monacale. I muri sono colonizzati da scatole, cartelle, libri di foto.

 

Ecco le scansie dove sono conservate le foto della guerra civile, con il loro peso opprimente di morti ammazzati. Saranno un centinaio le cartelline che raccontano il dramma del Mozambico. Ne apriamo un paio. Contengono l’abominio della barbarie e la solita banalità del male che s’accompagna a ogni conflitto e che in Africa si tinge spesso dei colori del genocidio.

 

Lo stesso ordine lo ritrovi nella collezione elettronica. Questa è tuttavia più facile da consultare. Basta digitare le parola chiave: donne, bambini, mare, alberi. Scriviamo “baobab”, gigante vegetale che cresce nelle foreste secche del paese. Appaiono una ventina di foto, tutte ricercate, alcune di taglio “artistico”, altre più “scientifico”.

 

Per entrare nell’archivio elettronico (ma le foto in bianco e nero devono ancora esservi introdotte) basta andare sul sito internet del Centro. Al momento è stato digitalizzato appena un decimo delle 400.000 foto che compongono il patrimonio dell’archivio. Molto resta da fare. Ed è un lavoro enorme, visti gli scarsi mezzi di cui dispone l’archivio. “A condizione di saperla leggere, una foto vale mille parole”, diceva Ricardo Rangel. Il suo Centro di documentação e formação fotografica ha senz’altro contribuito a far diminuire gli analfabeti dell’immagine.

 Articolo di Pietro del Re Tratto da Repubblica.it, 17 settembre 2009

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