Sudan, rinviato il processo alla giornalista ribelle

KARTHOUM (Sudan)
Il processo che doveva tenersi oggi contro la giornalista Lubna Hussain è stato rinviato al prossimo 7 settembre. Poco prima che iniziasse l’udienza, centinaia di donne si erano radunate davanti al tribunale della capitale per manifestare il loro sostegno, ma erano poi state disperse dalla polizia con i gas lacrimogeni. Nel corso dell’udienza i giudici avrebbero dovuto decidere se la giornalista sudanese è colpevole del «peccato» di aver portato i pantaloni in pubblico e quindi se deve essere condannata a 40 frustate. Ma la donna, diventata una celebrità nel suo Paese e anche all’estero, non ha paura e li sfida: «Frustatemi se ne avete il coraggio», dice in un’intervista al britannico Sunday Telegraph. Il casodi Lubna ha fatto il giro del mondo: qualche settimana fa si era recata al Kawkab Elsharq Hall di Khartoum per prenotare il ristorante per il matrimonio del cugino. Mentre ascoltava una cantante egiziana e sorseggiava una coca, era stata circondata dalla «Polizia dell’ordine pubblico», una milizia di giovani estremisti usata dal governo contro chi beve e contro le donne giudicate non abbastanza sottomesse, che l’aveva umiliata e percossa, in quanto non indossavaun abito tradizionale islamico.

Hussain, giornalista e addetta stampa per l’Onu, vedova a poco meno di 40 anni, che non si è sottomessa, ha denunciato pubblicamente il suo trattamento e l’assurdità del processo, e in questi giorni ha ricevuto migliaia di e-mail di sostegno da ogni parte del mondo. «Le frustate sono una cosa terribile – ha detto al Telegraph, primo media occidentale ad intervistarla – Fanno male ed umiliano la vittima. Ma non ho paura di essere frustata. Non tornerò indietro. Io voglio difendere i diritti delle donne, e ora gli occhi del mondo sono su questo caso, e ho la possibilità di attirare l’attenzione sulla lotta delle donne del Sudan». Hussain avrebbe potuto chiedere l’immunità, in quanto dipendente dell’Onu, ma ha preferito dimettersi da questo lavoro, proprio per sfidare le autorità a processarla. Mercoledì scorso i giudici, confusi, hanno aggiornato in data odierna il prossimo processo.

Insieme a lei altre 14 donne sono state arrestate alla Kawkab Elsharq Hall, quasi tutte per aver indossato i pantaloni sotto alla tunica tipica sudanese. Dieci di queste – tra cui alcune cristiane originarie del sud del Sudan – hanno ammesso la loro «colpa» e hanno immediatamente ricevuto dieci frustate. Hussain, autrice di numerosi articoli contro il governo di Khartoum, ha chiesto di essere processata. «Questo regime non ha nulla a che vedere con il vero Islam, che non consentirebbe che donne siano picchiate per quel che indossano e punirebbe chiunque insulta una donna», accusa.

Hussain, nei giorni scorsi, ha messo in rete su Facebook una lettera ai suoi sostenitori nella quale chiarisce di voler sollevare uno scandalo sul suo caso per rendere pubblica l’insopportabile realtà che le donne sudanesi devono affrontare a causa del codice penale del paese. «Il mio caso – scrive – è lo stesso di dozzine, centinaia e probabilmente migliaia di altre frustate nei tribunali di ordine pubblico a causa dei loro vestiti, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno e il risultato di questa punizione costituisce una sentenza di morte della società verso le famiglie delle ragazze». Per questa ragione ha stampato 500 inviti per l’udienza e vorrebbe «che tutti siano presenti – chi simpatizza per me, i miei amici, la mia famiglia ed anche chi esulta per le mie disgrazie – per vedere e sentire davvero le imputazioni e i testimoni d’accusa».

Fonte: La Stampa, 4 agosto 2009

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